Il disastro culturale della sinistra

Quando si afferma che una cosa è divisa a metà, si sostiene che di essa ci sono due parti uguali. Il riferimento più immediato è all’aritmetica e alla geometria: la metà di 2 è 1, la metà di un quadrato sono due rettangoli. Insomma, due parti perfettamente identiche. Ma la realtà non è fatta di astrazioni matematiche o geometriche: le metà nel mondo della vita sono sempre un press’a poco, non solo dal punto di vista della quantità, ma anche della qualità.
Nel linguaggio politico oggi ritorna spesso la frase con cui si dice che il Paese è diviso a metà, in seguito agli esiti delle recenti elezioni. È un press’a poco. Se poi affermiamo che il Paese è diviso a metà politicamente, significa anche che la classe politica che lo rappresenta è divisa a metà. E questo è un altro press’a poco, soprattutto se si guarda dentro a una delle due metà.
A Roma, a livello nazionale, il centrosinistra sta occupando le istituzioni; a Milano, da quindici anni, il centrosinistra non è in grado di esprimere una classe dirigente. Da come si sono messe le cose, sembra che Milano sia una specie di ultima spiaggia del centrodestra non ancora governata dai colti, illuminati e onesti uomini della sinistra.
Anche la comunicazione politica del centrodestra fa spesso l’errore di alimentare questa visione difensivistica delle prossime elezioni comunali a Milano, come se nel capoluogo lombardo si stesse combattendo una battaglia elettorale per la sopravvivenza, per sottrarre almeno Milano alla fame egemonica della sinistra.
E invece le cose non stanno affatto così, ed è sbagliato perdere di vista o ritenere marginale quello che accade nella classe politica della sinistra milanese. Chi l’ha conosciuta un po’ da vicino negli anni ’70 e ’80 ricorderà un Partito comunista riformista, per nulla settario; un Partito socialista, guidato da Craxi, che portava la città verso la sua modernizzazione. Nell’insieme, una sinistra capace di dialogare con le più diverse realtà sociali milanesi, che sarebbe potuta diventare il nucleo fondamentale intorno al quale costruire il Partito riformista socialdemocratico dopo la crisi del blocco sovietico e la caduta del Muro di Berlino.
E invece un black out totale. Vorrei che si ricordassero i nomi che la sinistra ha presentato come candidati sindaci di Milano in questi ultimi quindici anni. La parata inizia con Nando Dalla Chiesa, il giustizialista. Poi Aldo Fumagalli, presidente dei giovani industriali di Confindustria. Chissà se avesse sfilato nella manifestazione del 1° maggio! Probabilmente l’idea non gli era passata neppure per l’anticamera del cervello. Trombato l’uno, trombato l’altro, la sinistra mette in pista il suo candidato più presentabile in quindici anni: naturalmente un sindacalista pensionabile, Sandro Antoniazzi, a riprova (oggi si ha una conferma) che il personale di sinistra ancora in grado di parlare alla gente si trova tra i sindacalisti in pensione.
Ultima mossa dei dirigenti della sinistra milanese la candidatura a sindaco del prefetto Bruno Ferrante. Scelta che dimostra il disastro culturale dei Ds e dei loro alleati, soluzione disperata dei loro problemi che sembra aver coinvolto psicologicamente anche Ferrante. Fino a qualche mese fa, il prefetto si mostrava persona integerrima, capace di dosare le parole, rigorosamente vestito con un impeccabile gessato. Ora invece straparla, fa vergognare perfino i suoi fidati collaboratori dalla non trascurabile esperienza di ex comunisti anni ’80, si veste da ragazzotto con blue jeans e giacchetta di pelle: un disastro estetico e soprattutto un incapace nel suo modo di avvicinarsi al centro politico e culturale della città.
Ecco qui rappresentate le due metà della sinistra. Da un lato Roma, il livello politico nazionale, in cui la sinistra ha vinto perché le è bastato l’appoggio dell’establishment finanziario e giornalistico, perché le è stato sufficiente dire no a tutto e andare contro tutti, premettendo sempre la fatidica, cortesissima frase: «Voi non sapete chi mi manda».
Dall’altro Milano, città sofisticata e seria, in cui non basta essere contro ma bisogna avere idee e cultura. All’inizio la candidatura a sindaco del prefetto Bruno Ferrante ci aveva destato qualche preoccupazione, ma poi... Il centrodestra non dimentichi però che vincere a Milano non significa soltanto governare un’importante città, ma che la vittoria sarà la dimostrazione della fragilità e inconsistenza politica della sinistra che ci governerà da Roma.