Dalla "discesa in campo" al discorso di San Babila. Altro che partito di plastica

La sfida vinta da Berlusconi: nel '94 ha inventato la forza politica che da allora è prima nel Paese, cambiandole più volte pelle fino al Popolo della Libertà. Il movimento azzurro ha colmato il vuoto nell'area moderata lasciato dalla Dc dopo Tangentopoli

Roma - «Riuscirà il Cavaliere a vendere la sua Forza Italia come un qualunque pannolino?». Correva l’anno 1993, e Massimo Riva su Repubblica liquidava così la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Il movimento azzurro era ancora in gestazione e già gli si preparava il fuoco di sbarramento. Forza Italia: un coro da stadio che diventa un partito, un imprenditore-editore di successo che si trasforma in politico, una grande concessionaria di pubblicità che gli fornisce i quadri dirigenti. Roba mai vista. Il partito di Repubblica se la prendeva col «partito azienda»; L’Espresso fece una copertina con la faccia del Cavaliere e due titoli: di qua «A me i soldi», di là «A me i voti».

Avevano fiutato subito il pericolo. Forza Italia avrebbe governato per sei anni. Avrebbe vinto elezioni locali, nazionali ed europee. Avrebbe espresso ministri, presidenti di regioni, sindaci, commissari europei. Soprattutto, il «partito di plastica» avrebbe raggiunto un consenso stabile, mantenuto anche negli anni della «traversata del deserto» all’opposizione, diventando il primo partito italiano.

Berlusconi mise insieme il partito in quattro e quattr’otto. A luglio ’93 i primi colloqui, in estate i primi sondaggi, a novembre i primi segnali espliciti, a gennaio la «scesa in campo» ufficiale, a marzo la prima vittoria elettorale. Come un calciatore che segna al primo minuto del debutto. Negli anni il leader azzurro è tornato innumerevoli volte a quei mesi a cavallo tra il ’93 e il ’94. Gli anni ruggenti di Tangentopoli, dell’offensiva giudiziaria che spazzò via i partiti tradizionali. Erano sopravvissuti il Pds, il Movimento sociale e la Lega Nord. Nessuna rappresentanza per i moderati, al centro c’era il vuoto. Berlusconi lo colmò.

Da imprenditore aveva fatto il costruttore e l’editore; aveva inventato il mercato delle televisioni libere. Ora gli si apriva uno spazio nuovo, quello di dare corpo agli elettori che non avrebbero votato la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto ma non si fidavano ancora di Umberto Bossi e Gianfranco Fini.
La nascita di Forza Italia si può far coincidere proprio con lo «sdoganamento» di Fini. Era il 23 novembre quando il Cavaliere, durante una conferenza stampa a Casalecchio di Reno per l’apertura di un centro commerciale, disse che se avesse potuto votare al ballottaggio per il sindaco di Roma avrebbe scelto «senza esitazione Fini, esponente di quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al Paese». E aggiunse: «Se il centro moderato non dovesse organizzarsi, non potrei non intervenire direttamente, mettendo in campo la fiducia che sento di avere da larga parte della nostra gente».

La mossa era in cantiere da mesi. Il 10 luglio, in un vertice ad Arcore, i vertici Fininvest (Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Marcello Dell’Utri, Gianni Letta, Cesare Previti) avevano discusso sul futuro del gruppo. E di un eventuale ingresso in politica. Dell’Utri era d’accordo, Letta e Confalonieri erano preoccupati per il futuro dell’azienda. Berlusconi mostrò i sondaggi riservati condotti da Gianni Pilo, responsabile del marketing editoriale Fininvest: la maggioranza degli italiani era favorevole a una nuova iniziativa politica moderata ma senza la Dc.

Il «movimento» prese corpo, con tutto il bagaglio di novità fuori da ogni schema: il linguaggio messianico («sono pronto a bere l’amaro calice»), le metafore sportive («ho scelto di scendere in campo»), i kit dei candidati, l’inno composto dallo stesso leader, le convention all’americana con enormi palchi su sfondo azzurro, le sezioni battezzate club: il primo fu costituito il 9 dicembre a Milano, il 15 venne aperta la sede romana in un palazzo di via dell’Umiltà ristrutturato a spese del Cavaliere. Ma soprattutto un’imprevedibile modernità nella comunicazione, che culminerà nei capolavori berlusconiani della «Nave azzurra» del 2000 (con mamma Rosa a bordo), e del «Contratto con gli italiani» firmato in diretta tv alla vigilia delle elezioni del 2001.

Che Forza Italia avrebbe rivoluzionato la politica lo si capì da due episodi. Primo: il partito non nacque in un congresso ma nella casa romana di Berlusconi davanti a un notaio che vidimò le firme dei soci fondatori Mario Valducci, Antonio Martino, Luigi Caligaris, Antonio Tajani, oltre allo stesso Berlusconi. Secondo: l’annuncio della «discesa in campo». Niente conferenze stampa, ma una videocassetta di dieci minuti spedita ai tg e all’agenzia di stampa Reuters. «L’Italia è il Paese che amo. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale. Ho rassegnato le dimissioni da ogni carica sociale del gruppo che ho fondato. Possiamo e dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano».

La vittoria alle elezioni del 27 e 28 marzo impone a Berlusconi di dare una struttura più solida a Forza Italia. Il Comitato di presidenza passa da cinque a undici membri; Domenico Minnitti è il nuovo coordinatore, ma in ottobre lascerà il posto a Previti. La figura del coordinatore assumerà maggior peso quando, dopo la sconfitta elettorale del 1996, la responsabilità viene affidata a Claudio Scajola.
Partito «leggero» o tradizionale? L’interrogativo accompagnerà a lungo Forza Italia. Berlusconi ripete che «non sarà mai un movimento delle tessere, ma della gente»; intanto si organizzano i primi cortei contro l’Irap e la par condicio, i Tax day e i Security day. Si approva il nuovo statuto del partito, con i coordinamenti regionali e provinciali al posto dei club (la prima campagna adesioni si chiude con 140mila iscritti). Si celebra ad Assago il primo congresso nazionale nel segno dell’anticomunismo: è il 16 aprile 1998, a 50 anni dalla vittoria della Dc di De Gasperi contro il Fronte popolare. Forza Italia entra nel Partito popolare europeo. Salpa Azzurra, volano gli «aerei della libertà», appaiono gli enormi manifesti elettorali, Berlusconi sottoscrive il «Contratto con gli italiani».

La «traversata del deserto» è finita, ma si apre la stagione del «partito di governo». Roberto Antonione prende il posto di Scajola, ma nella primavera 2003 Berlusconi ridisegna ancora la struttura di Forza Italia con un «quadrumvirato» con Scajola, Cicchitto, Alfano e Sandro Bondi. In autunno i quattro restano due: Bondi, il portavoce, diventa coordinatore e Fabrizio Cicchitto vice. Il secondo congresso nazionale di Assago è seguito da un vivace confronto interno. È il nervosismo che precede la sconfitta elettorale. Ma dopo l’aprile 2006 nulla può restare come prima. Forza Italia cambia ancora pelle: nelle piazze spuntano i gazebo, mentre i Circoli del Buon governo di Marcello Dell’Utri vengono affiancati da quelli della Libertà di Michela Vittoria Brambilla. E ora il «discorso del predellino» in piazza San Babila segna la svolta che porterà alle liste uniche del centrodestra.