Discontinuità all’insegna dell’incertezza

Egidio Sterpa

C’è chi ha scritto che Prodi e D’Alema stanno mettendo a punto una politica estera che segni discontinuità con quella berlusconiana. Così è. Per ora però appare solo la preoccupazione di cancellare quanto lasciato dal precedente governo. Ne sono segnali il ritiro dall’Irak, una diplomazia critica verso gli Stati Uniti, l’attenzione per talune posizioni come quelle francesi, la cosiddetta equivicinanza con Palestina e Israele, la permanenza strumentale in Afghanistan.
C’è in queste posizioni una buona dose di ambiguità e incertezza, conseguenza delle contrarietà espresse da componenti determinanti della coalizione di centrosinistra. Esemplare è la questione Afghanistan, sulla quale la maggioranza è fortemente spaccata. Tanto da far ripetere al capo dello Stato - in una recente intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung - che «se la maggioranza di governo non fosse coesa sulla questione della prosecuzione della missione afghana e dovesse dipendere dai voti decisivi dell’opposizione, ciò sarebbe un grave segno di debolezza... e avrebbe delle conseguenze». D’Alema, ministro degli Esteri, si muove con cautela, ma anche per lui è difficile conciliare «una politica estera che abbia un segno diverso rispetto al passato, che concorra a un quadro internazionale diverso e ristabilisca solidarietà con la sinistra democratica al governo in tanti Paesi» (concessione evidente alla sinistra radicale) e l’amicizia con gli Usa che - citando Napolitano - «è stata sempre uno dei pilastri della politica estera italiana», come aveva riconosciuto «fin dagli anni ’70 anche il più grande partito di opposizione, il Partito comunista». Aggiunge il capo dello Stato: «Trent’anni dopo vi sono alcuni piccoli gruppi che mostrano ostilità verso gli Stati Uniti e la Nato».
Ecco dove sono le contraddizioni del centrosinistra. Come possa il governo Prodi glissarle per sopravvivere è da vedere. Per ora è la saggia scelta di Berlusconi di far prevalere l’interesse nazionale nel caso della questione afghana a dare ossigeno all’esecutivo. Pesa l’osservazione di Napolitano («avrebbe delle conseguenze»), tanto che Bertinotti con una intervista al Corriere lancia un monito alla sinistra radicale: esce dalla sfera politica chi non si rende conto che occorre far durare la legislatura, anche a costo di un’alleanza con i «borghesi buoni» (aggiungendo, per salvare l’anima, che comunque non si pensa minimamente di cancellare il «conflitto di classe»).
Insomma, nonostante simili effimeri rattoppi, ambiguità e doppiezza dominano la politica estera prodiana. Non meno di quella interna, che alle liberalizzazioni affida il compito di guadagnare credibilità. Quanto di genuino c’è nel proposito di Prodi di avviare una mediazione in Medio Oriente? Interessante a questo proposito è il giudizio di Furio Colombo (lo riprendo da una sua conversazione con Il Riformista), fortemente critico sia con D’Alema che con Prodi: «La mia impressione - dice - è che purtroppo quando si tratta di Israele ci si tiene a distanza», quasi si avesse a che fare, sottolinea, «con un manipolo di delinquenti».
Come si può dunque sperare in un proficuo arbitrato italiano in simili condizioni? Né c’è da sperare, purtroppo, che sia l’Europa a farsi finalmente carico di una crisi che la riguarda per tanti motivi: la vicinanza geografica, innanzi tutto, con tanti rischi in prospettiva. Basti pensare alle minacce del terrorismo islamico e, non ultimi, i pericoli presenti negli squilibri poco meno che psicopatici del presidente iraniano Ahmadinejad. Da molte parti d’Europa sono venuti fin qui giudizi tutt’altro che imparziali sulla reazione di Israele alle provocazioni di Hamas e Hezbollah. Il minimo che si può dire è che l’Europa è colpevolmente assente nella crisi mediterranea, come lo è irresponsabilmente al vertice di San Pietroburgo, dove la Russia sta tornando protagonista, se non altro nel gioco finanziario-industriale mondiale. Dove è, appunto, il futuro dell’Europa.