«Discontinuità», la parola che porta al passato più buio

Ruggero Guarini

Chi non capisce un tubo di politica politicante, ma che forse proprio per questo potrebbe non essere un somaro politico, pensa naturalmente che il Cavaliere abbia fatto non bene ma benissimo a invitare i capetti del partito trasversale che all’interno della Casa delle libertà pretende di contestare la sua leadership a togliere il disturbo.
Questa convinzione è dovuta a due ragioni fin troppo ovvie. La prima, sempre derisa dai maestrini della politica politicante, è invece chiarissima a tutti coloro che proprio perché la detestano hanno creduto e credono ancora in Berlusconi. E che oggi sperano che lui non voglia chiudere la sua carriera politica con una scelta che li porterebbe a sentirsi traditi. Essi sono infatti convinti, giustamente, che per lui l’esercizio della leadership nella coalizione di centrodestra non è soltanto un diritto ma anche un dovere. Un dovere che gli deriva dal semplice fatto di essere ancora oggi, in termini di voti e di consensi, l’esponente più forte della Casa delle libertà. Ragion per cui se egli rinunciasse a esercitare questo diritto-dovere, dandola così vinta a quei rivali interni che sebbene al suo confronto, in termini di voti e di consensi, siano suppergiù dei nani, si permettono di esortarlo a lasciarsi disarcionare senza reagire da loro, ebbene, allora la cosa, per i suoi elettori, non potrebbe non avere, appunto, il senso di un tradimento.
La seconda ragione, non meno ovvia e risaputa, ma pudicamente sottaciuta dai sopra citati maestrini della politica politicante, è che il partitino trasversale che nella Casa delle libertà esige la defezione di Berlusconi, e che manifestamente anela all’abbraccio con tutti gli avanzi della vecchia Dc oggi attendati nei parchi del centrosinistra, altro non è che il partito della nostalgia. E qual è, in sostanza, il vero oggetto della nostalgia di questi nostalgici?
Loro dicono naturalmente che non guardano al passato ma al futuro. Non per nulla la loro parolina preferita è «discontinuità». Quello che chiedono al Cavaliere, ossia la sua rinuncia al legittimo esercizio di una leadership perché gli spetta di diritto e per dovere, loro lo chiamano infatti «un segno di discontinuità». Espressione che è sinonimo di «rottura». E che infatti allude veramente a una rottura. A una rottura, certo, col presente. Ma non per andare verso un futuro plausibile. Bensì per tornare al più putrido passato. Trattasi insomma di una rottura che promette di essere soltanto una gran rottura di corbelli. Giacché «discontinuità», per questi petulanti rompitori, significa ritorno ai gloriosi costumi politici della Prima Repubblica.
Note sono le parole rivelatrici dei gusti di questi mesti e un po’ ringhiosi orfanelli di quella per loro felice stagione. Sono tutte parole precedute dal prefisso “con”, tipo concertazione, confronto, consociazione, conciliazione, condivisione, contrattazione, composizione, consultazione, compartecipazione, cooperazione, collaborazione, corporazione, cogestione e – naturalmente – concussione e corruzione. In cima ai loro sogni c’è dunque una rottura che dovrebbe propiziare il ritorno ai miti e ai riti della famosa compagnia di giro che per tre o quattro decenni, fra gli anni Sessanta e Novanta, furoreggiò sulle scene politiche del nostro paese. Sai che divertimento.
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