Discontinuità di Stato

Ci sono parole che per il loro significato profondo, per i sentimenti e le emozioni che sollecitavano, hanno lasciato una forte impronta nella storia e nella cultura. Come il trinomio «liberté, égalité, fraternité» che - piaccia o no la rivoluzione francese - rimane indelebile nella memoria degli individui e dei popoli. La maggioranza che per grazia di 25mila voti governa l’Italia aspira anch’essa a lasciare una traccia significativa nel lessico politico italiano e - perché no? - mondiale. Ha infatti adottato un neologismo di singolare bruttezza, e ad esso ricorre ogniqualvolta si affacci un problema per la gestione del Paese. Il neologismo è «discontinuità».
In realtà si tratta, più che d’un neologismo, d’un termine poco usato. I dizionari lo registrano. Attribuendogli (cito dal Devoto-Oli) una connotazione negativa. Ecco cos’è la discontinuità per il vocabolario: «Interruzione che si ripete nel tempo e nello spazio, mancanza di continuità: la discontinuità di un ritmo, di una superficie. Assenza di sicurezza, di unità nello svolgersi o nell’attuarsi. Discontinuità di stile». Qualche grande pensatore del centrosinistra s’è appropriato - con infantile entusiasmo - di un’espressione a lungo rimasta tra le neglette, e non solo l’ha fatta sua, ma le ha attribuito una valenza che più positiva non potrebbe essere. Addirittura ne ha fatto la stella polare dei comportamenti d’una coalizione che - su questo non ho dubbi - più discontinua di come è riesce difficile immaginarla. Discontinuità, dunque, è la parola d’ordine, e le masse operaie e contadine che s’infiammavano al canto dell’Internazionale dovrebbero tripudiare per l’annuncio della discontinuità. Chissà quanto se ne parla negli stabilimenti Fiat o tra i braccianti calabresi.
Perché tutta questa importanza alla discontinuità? Perché essa rappresenta, a quanto si capisce dai borbottii prodiani e a quanto si capisce dai ringhi di Pecoraro Scanio e compagnia, il rifiuto di tutto ciò che il governo Berlusconi ha realizzato o intrapreso, la negazione in toto non di qualche singolo provvedimento ma d’un quinquennio di leggi e riforme. Criticabili, senza dubbio, ma a ragion veduta. Non per dare, come si afferma, un «segnale forte», che poi consisterebbe nell’azzerare il lavoro d’una legislatura. E allora ci danno dentro con la discontinuità, la vogliono per la missione militare in Libano, la vogliono per l’economia, la vogliono per la Rai, la vogliono per la scuola, la vogliono per il calcio, la vogliono insomma per tutto e, come diceva Totò, «a prescindere».
Siamo uomini di mondo (ecco ancora Totò) e ci rendiamo conto della pretesa d’un nuovo governo di compiere dei cambiamenti. Si osserverà che lo spoil system non l’abbiamo inventato noi. Ma è, quello, un sistema - comunque non lodevole - che attiene alla cucina del potere. Con la discontinuità Prodi e i suoi ministri celebrano invece qualcosa di molto diverso: celebrano l’esaltazione della rottura tra i governi che si succedono, celebrano - quasi che si trattasse d’una trovata mirabile - la negazione d’una continuità italiana. Ossia dell’esistenza, nella politica interna ed estera dell’Italia, di esigenze, interessi, doveri sopravanzanti di molto le meschine beghe partitiche, e degni d’essere difesi da governi diversi ma che sentano fortemente il loro legame con le vicende nazionali, con l’interesse nazionale: un legame che supera le passioni e le pulsioni politiche. Proprio questo - la consapevolezza che in determinate situazioni il bene del Paese deve prevalere su ogni altra considerazione - fa la differenza tra il politico politicante e lo statista. Ossia tra la discontinuità e la continuità.