In discoteca l’ultimo giro di Walter, leader virtuale del partito virtuale

La campagna elettorale di Veltroni
si rivela un grande spot. Cita
Sarkozy, pranza con un pensionato
Fiat e brinda con i vip milanesi<br />

Milano - Il «V day» non è affatto quello strillato da Grillo e la sua orchestra. Basta guardare la faccia, un po’ stanca e grigiastra per le fatiche mille e più di mille, di Walter Veltroni per capire che la sigla gli appartiene davvero, ieri, oggi e domani tanto per citare un film, tra i giochi preferiti del candidato leader e gli appuntamenti che lo aspettano. Non è vero poi che le vigilie siano tutte uguali.

La Rosy Bindi se ne è andata a Milano per osterie e piazze, trascurando la gente che piace, Walter che ama lo sport, la musica, il cinema e anche la politica, ha preferito abbracciare l’arco costituzionale dell’esistenza italiana, una specie di bignami del suo pensiero: in ordine di apparizione si è presentato prima alla periferia di Torino per rendere omaggio ai nobili, nel senso dei Savoia con la visita alla meravigliosa reggia di Venaria, quindi ha accontentato la pancia e il popolo, che non può mangiare brioche come voleva la regina di Francia; dunque maccheroni al sugo di carne, salame piccante, arrosto e porcini, polpette di melanzane, tomino verde, crostate, frutta e vino nostrano, tipo Cirò e Morellino, presso la famiglia Maviglia, lui ex operaio alla Feroce, cioè Fiat, lei ex bidella, abitanti in Barriera Milano, quartiere ultimo prima della sfinge che segna l’ingresso dell’autostrada verso Milano: «Una famiglia di imprenditori, chiedo scusa di operai, torinesi, no, calabresi», si potrebbe dire italiani e basta, no? Dopo lo slow food c’è stata anche l’occasione per un fugace ritorno alle genuine origini bianconere.

Tradendo per un «attimo elettorale» il proprio cerchiobottismo romano- romanista-laziale, Veltroni ha coccolato Alex: «Del Piero è una bandiera della Juventus», Sergio Chiamparino, cuore granata, ha abbozzato. Quindi si è andati sul protocollo, orazioneacasa Fiat, sito del Lingotto, dove aveva incominciato cento giorni prima il suo viaggio e per concludere, la passerella nostalgica e goliardica al Rolling Stone di Milano. Niente discodance e ragazze sul cubo, come qualche cialtrone e malignazzo sperava, ma una roba piccola e fresca, tra amici e le solite belle gioie, il cognato del sindacodi Milano e la sua signora Emilia detta Milly numero uno nel centro storico della lista «con Veltroni», l’inquietante Afef senza il consorte, la Pollastrini con marito, un pallone da basket, sport prediletto dal Nostro, consegnatoglidaDavidePessina emolto reggae, troppo reggae con i televisori che proiettavano, ritmate, le immaginidel Walter africano e nostrano.

Un volantino plastificato, appoggiato su tavolini, divani e sedie, ricordava la data delle primarie ma, insieme, serviva e servirà, una volta arrotolato, come megafono: «Vota, vota», suggeriva un fotogramma sullo schermo e mi veniva in mente Antonio de Curtis in arte Totò che con lo stesso metodo invitava i condomini: «Vota Antonio, vota Antonio». Non è mica finita qui. Quando Veltroni ha preso a dire, cose anche belle, veraci, interessanti, dopo gli applausi, sugli schermi di cui sopra, apparivano le scritte della claque: «Bravo!». E così dopo Totò, ripensavo a Ettore Petrolini nella parte di Nerone:«FaròRomapiù bella e più forte che pria! Bravo! Grazie!».

Era strano, ma nemmeno tanto, sentire Veltroni citare Sarkozy e Laura Bush, come esempi di politica nuova, mentre nessuno degli astanti applaudiva, cosìcomequandohadetto, senza un solo fiato contrario: «No alla Tav è il contrario di una politica ambientalista» e ancora: «Basta con il piagnonismo della sinistra italiana il cui atteggiamento psicologico non è capace di generare energia e stabilità». Qualche sussurro, non profondo e intenso come si doveva, quando il candidato numero uno ha rimproverato le televisioni, tutte, di occuparsi di Garlasco e di Cogne ma non della Birmania, dei monaci tibetani che non sono truccati e vanno scalzi per le strade a rischiare la vita per difendere la libertà, dal regime comunista, aggiungerei nel silenzio e mentre gli schermi del Rolling Stone continuano a sparare, forse in connessione con il prodotto Fiat: «Bravo, Bravo ».

Un bicchiere di hampagne nel privè, con eletti ed elettori, mentre fuori, parcheggiato lungo il viale, un pulmino con megafono vero, gracchiandocomenei favolosi anni Sessanta, ricordava ai passanti e agli inquilini che cosa sia e voglia essere il Partito democratico e perchè si debba votare Veltroni. «Si sta realizzando il sogno della mia vita» ha detto il Walter chiudendo, commosso, il suo discorso caldo e breve, mentre il popolo del Rolling Stone applaudiva. E allora, dopo Totò e Petrolini, mi è venuto in mente qualcun altro che diceva, trionfante, al telefono: «Facci sognare». Qualsiasi riferimento a fatti e persone contemporanee è puramente voluto.