«In discoteca con un ragazzo gentile»

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Fabrizio Quattrocchi lavorava spesso di notte in Riviera, dove abito, dove faceva servizio di sicurezza presso una discoteca, con altri colleghi. Erano tutte persone per bene, simpatiche, allegre. Non si trattava di «mercenari» ma di onesti lavoratori.
Dopo la tragica vicenda del rapimento e del vile assassinio ho conosciuto Salvatore Stefio, col quale ho scritto alcuni articoli sul rapimento della Sgrena, un fatto trattato ben diversamente da alcuni organi di informazione, che perpetuano l'antico vizio di dire ai cittadini ciò che devono pensare. Ho conosciuto anche Cupertino e Agliana, persone eccellenti, coraggiose e di cuore, come si può desumere leggendo il libro di Letizia Leviti, giornalista di SkyNews24, «Forse domani ti ammazzo» (Tormargana, 2004). Erano insomma dei buoni cristiani, se si può dire la parola senza che qualcuno si offenda.
Detto ciò, dopo aver visto una parte del video dell'assassinio, con le inquietanti ombre nere dei macellai, non posso evitare di ricordare la bruttissima pagina politica e umana che si consumò a Genova nel momento del funerale di Fabrizio Quattrocchi. Dopo il nuovo richiamo del ministro degli Esteri non possono certo bastare le anestetiche parole del sindaco a rovesciare la realtà: né Pericu né il presidente della Provincia presenziarono ai funerali, ottemperando a una politica infamante secondo la quale si trattava di «mercenari» al soldo degli «americani», quindi «sub-persone» indegne di pietà. Non c'erano solo le vignette di Vauro su «Il Manifesto» (ribattezzato «Il Nazifesto» da molti ebrei italiani al tempo delle stragi della seconda intifada), con l'immagine della bandiera a mezz'asta, una bandiera formata da un dollaro, naturalmente. Ci fu una grande e immensa bufala, la stessa che chiama «pace» i massacri del Sudan o dell'Indonesia, e chiamava «pace» il macello di Saddam. Poi sono arrivate le stragi di Nassirya e di Sharm el Sheik, e quelle degli sciiti, oggetto di genocidio da parte di terroristi peraltro quasi tutti arabi. Col che la parola «resistenza», così infangata da opinion leader imparziali e autorevoli come Lilli Gruber, è rimasta solo sulle bocche degli stolti.
È inutile predicare ciò che non è: quelle fangose assenze, che non si riservano nemmeno all'ultimo dei propri cittadini, furono l'ennesimo esempio di quanto l'ideologia possa soffocare lo stesso umano senso di pietà, che pure è più difficile da rinnegare di molte altre cose.
Genova deve un concreto atto riparatore a una sua famiglia, sarebbe opportuna una dichiarazione di scuse, da parte di Comune e Provincia. Le attendiamo.
La liberazione dell'Irak non è certo stata indolore per gli schiavizzati di Saddam e per chi li sta aiutando a uscire dalla notte di trent'anni di dittatura. «La giustizia senza la forza è impotente», diceva Pascal. Se pensiamo alle immagini di questi giorni, Victor Hugo era molto chiaro e profetico: «I selvaggi che commettono queste scelleratezze sono spaventosi, e i popoli civilizzati che le lasciano commettere sono orrendi». I «selvaggi» non sono i civili iracheni uccisi davanti alle scuole dai terroristi o il milione di ugandesi massacrati grazie al «pacifismo» dell'Onu. Selvaggi sono i violenti di ogni colore, coloro che da secoli pretendono di migliorare il mondo tagliando la testa a re e preti per sostituirli nel dominio, come successe ai tempi di Robespierre e Napoleone. Noi «innocenti» facciamo in modo di non essere troppo «orrendi», almeno, voltando la testa dall'altra parte.