Discriminati al contrario: con il velo vai dove vuoi con il casco porte chiuse

Una giornata a viso coperto. Dopo le polemiche sul caso di Venezia, abbiamo provato a girare per Milano "mascherati". Ecco che cosa è successo

di Daniela Uva e Giacomo Susca

Milano - Frequentare luoghi pubblici con il volto coperto, o comunque impossibile da identificare, in Italia è vietato. Lo stabilisce una legge del 1975. E lo confermano numerosi regolamenti che si sono susseguiti negli anni. Eppure, la realtà è diversa. Basta passeggiare per le strade di Milano per scoprirlo. Noi ci abbiamo provato, prima indossando un casco integrale, poi un lungo velo che lasciava visibili solo gli occhi. Insomma, un niqab «artigianale». Risultato: con il casco puoi scordare musei, chiese e boutique. Se invece somigli a una giovane integralista musulmana, nessuno fa domande e vai dappertutto.

GIRO IN CENTRO


Velo. Qualche sguardo incuriosito, l’occhiata penetrante di un ragazzo islamico. È il massimo che può capitarti se giri per il centro di Milano con un velo sulla faccia. Comincio la mia passeggiata in piazza Duomo e provo a entrare in una nota libreria. Nessuno fa caso alla mia presenza. Giro fra gli scaffali, ma dai clienti ai dipendenti, non c’è una sola persona che mi chieda spiegazioni. Esco e mi dirigo nella galleria Vittorio Emanuele. Anche qui nessuno mi ferma, né i vigili né i poliziotti. Del resto, sono in buona compagnia. Decine di donne musulmane (questa volta «originali») passeggiano indisturbate con il volto interamente nascosto da un burqa nero. Provo a curiosare in un negozio di lusso: il buttafuori mi spalanca la porta senza problemi. Qui gli arabi non badano a spese e sono clienti molto desiderati.

Casco.
«Senza giustificato motivo». Proprio come vieta la legge. Così ho indossato il casco e mi sono reso irriconoscibile. Qualche occhiataccia, ma per il resto nessuno ostacola il percorso sui marciapiedi dello shopping. Riesci pure a ficcarti nei negozi, d’altronde - pensa una commessa - questo tipo potrebbe aver parcheggiato la moto dietro l’angolo e va di fretta. Approfitti della calca, prendi una maglietta, sfogli un libro, qui perfino l’uomo mascherato finisce per passare inosservato. Tranne in Galleria, dove se t’azzardi a varcare la soglia delle griffe più costose ecco che ti si para davanti un bestione della security. «Qui così non entri, o chiamo la polizia», una mano alla radiolina e l’altra che si agita pericolosamente davanti alla visiera sollevata. Meglio girare i tacchi.

NEI MUSEI

Velo. Decido di visitare il «Cenacolo» di Greenaway, a Palazzo Reale. A pochi metri di distanza dall’ingresso ci sono due pattuglie della polizia. Nessuno, fra gli agenti a bordo delle auto, accenna a fermarmi. A stento, uno di loro guarda nella mia direzione. Mi confondo fra i turisti e arrivo in prossimità del guardaroba. Qui una signora mi spiega in inglese che per raggiungere la biglietteria devo salire al primo piano. Seguo il suo consiglio e affronto la scalinata. Nessun problema, neanche quando mi rivolgo agli addetti per acquistare un biglietto. Pago il corrispettivo: la visita può cominciare.

Casco. Anche senza connotati, si avrà pure il diritto di godersi un museo... A Palazzo Reale, scelgo la mostra del pittore Ligabue. Ma non faccio in tempo a fare il primo gradino del salone d’onore. La maschera, ironia della sorte, ce l’ha con me. «Con quell’affare in testa non si entra. Anzi, il casco deve lasciarlo in guardaroba». «Ma scusi, sui cartelli dei divieti non è scritto nulla...». Risposta: «Facciamo così anche per gli ombrelli». Niente arte.

IN DUOMO

Velo. Per entrare nel Duomo mi metto in fila come una qualunque turista. Prima di varcare il portale devo sottopormi ai controlli di routine. Ma gli agenti in divisa non fanno caso alla mia presenza. Non mi chiedono di scoprire il volto, non verificano il contenuto della borsa con il metal detector. Cosa che, invece, fanno puntualmente con gli altri avventori. Anche dentro non incontro ostacoli. Passeggio fra le navate con il viso completamente celato e a guardarmi sono solo altri musulmani. Né il personale all’interno del Duomo né quello che controlla l’uscita sembra interessato al mio look.

Casco.
Come un Valentino Rossi qualsiasi, o modello uomo sulla Luna se preferite, mi metto anch’io in coda per una preghiera. Al momento dei controlli, gli uomini del servizio d’ordine, più i militari, sorridono per un attimo poi si fanno decisamente seri. «Ma lei è italiano? E crede di poter entrare in chiesa con il casco? Questo non è un posto adatto agli scherzi». Sono costretto a toglierlo, tra le risatine dei turisti giapponesi. Un carabiniere commenta a mezza voce: «Ormai se ne vedono di tutti i colori...». Tradotto, se provi a entrare in Duomo con soli occhi e naso in vista, o non hai rispetto per il sacro o sei stupido. In entrambi i casi, resti fuori.

UFFICI PUBBLICI

Velo. Con un velo sul viso si può fare tutto, anche entrare in un ufficio pubblico. Alle Poste, per esempio, dove non ci sono controlli all’ingresso e quindi nessuno è in grado di bloccarti. Provo a pagare un bollettino. Mi avvicino all’addetta. Lei non fa una piega. Allora vado a curiosare nell’angolo adibito alla vendita dei gadget. Anche qui non mi ferma nessuno, anzi il personale è ben contento di rispondere alle mie domande. È la dura legge dell’accoglienza.

Casco. Non resta che un salto a «casa» della Moratti e di tutti i milanesi. A Palazzo Marino, sede del Comune. Perentorio, il vigile al cancello mi squadra come a dire: «Prima si levi il casco». Quindi: «Vorrebbe salire? Ma come cittadino o come turista?». Naturalmente l’ipotesi «motociclista misterioso» è esclusa.