Discriminato perché sospettato di essere gay

Un appello al ministro Prestigiacomo

Alessia Marani

È l’unico escluso da un gruppo di una decina di contrattisti a tempo. La comunicazione del non rinnovo dell’impiego arriva solo verbalmente e a pochi giorni dalla scadenza. Nonostante fosse tra i migliori, l’unico con esperienza nel settore, senza essere mai incorso in richiami scritti o rimproveri durante il servizio. L’unica colpa? Quella di essere gay, secondo i suoi datori di lavoro. Così Federico (è un nome di fantasia), 21 anni, ex customer assistent in una grande azienda di telecomunicazioni a Roma, ha avviato la sua battaglia legale denunciando il caso all’Ispettorato del Lavoro. In azienda ha lavorato per 8 mesi fino a settembre. Qui tutto sembrava filare «liscio», almeno fino a quando, a un mese dal termine, non si è sentito dire improvvisamente dal responsabile del servizio che tanto se ne sarebbe andato presto perché di gay ce n’erano già in azienda. «Un colpo inaspettato - spiega il ragazzo al Giornale -. Più che uno sfortunato presagio, un’autentica minaccia. Mentre parlavamo, quella stizzita ha tagliato corto, a voler dire che qualsiasi cosa avrei detto o fatto non avrebbe avuto importanza. Insomma, il mio destino in ditta era stato pronunciato». Federico prosegue nel suo lavoro. Non dice nulla, spera in cuor suo che sia stato solo uno sfogo inopportuno. «D’altronde - aggiunge -, in caso contrario, avevo paura di peggiorare la mia situazione. Mentre si avvicinava la scadenza e tutti i colleghi mi dicevano di stare tranquillo perché non ci sarebbe stato motivo per mandarmi via, io mi sentivo come perseguitato da uno spettro nefasto». «Se cacciano te che sei il più bravo - gli dicono i colleghi - figurati noi». L’amaro verdetto, invece, è arrivato puntuale. «Otto giorni prima sono stato convocato dalla direzione del personale - racconta - mi dicono che il mio contratto avrà termine senza alcuna proroga, di riconsegnare i beni aziendali in mio possesso. Non aggiungono alcuna motivazione. Premetto - continua - che il fatto che io sia gay è comunque una loro supposizione. Non ho mai manifestato atteggiamenti particolari. Ho sempre svolto la mia professione con correttezza e dedizione. Nonostante la mansione che mi era stata assegnata non fosse quella indicata nella motivazione d’assunzione che è condizione essenziale per la stipula di un contratto a tempo determinato». La vertenza è ora al vaglio degli Ispettori del Lavoro. Al riguardo l’articolo 15 dello Statuto dei Lavoratori («Atti discriminatori») parla chiaro: «È nullo qualsiasi patto o atto diretto a fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso». Non solo. L’articolo 18 garantisce la possibilità di reintegrazione nell’impiego e di risarcimento del danno, almeno nella somma degli stipendi non goduti. Federico s’è appellato anche al ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo e al Presidente Silvio Berlusconi chiedendo maggiore attenzione sull’argomento e un aiuto concreto per chi si prepara ad affrontare simili percorsi giudiziari. «La legge italiana - scrive in una lettera inviata prima di Natale - tutela dai licenziamenti per discriminazione, ma nella realtà risulta estremamente difficile dimostrare la penalizzazione del proprio orientamento sessuale o della propria identità in genere. Molti continuano a essere restii - si legge - a intentare procedure legali. Ciò è dovuto alla scarsa conoscenza circa le forme di tutela esistenti, ma anche alla scarsa fiducia nei confronti di chi dovrebbe garantirle». «Non bisogna subire in silenzio certe ingiustizie» conclude Federico che, anzi, per dare ancora più forza alla sua battaglia mette a disposizione di chi si è trovato in simili condizioni un indirizzo e-mail, nomobbing@libero.it, a cui segnalare la propria vicenda.