Disdetta, non c'è stata la fine del mondo

Nonostante le rassicurazioni degli scienziati di tutto il mondo, ieri mattina ero convinto che in giornata ci sarebbe stata la fine del mondo. Per un motivo molto semplice. Le possibilità erano due: a) fine del mondo; b) non fine del mondo. E quando le possibilità sono almeno due, per una legge metafisica che nessun Cern e nessuna (ricostruzione di Big Bang potranno mai svelare, si realizza immancabilmente la più negativa. Lo sperimentiamo ogni giorno: la chiave giusta è sempre l’ultima che peschiamo dal mazzo, il bancomat va infallibilmente fuori servizio non appena arriva il nostro turno, al casello dell’autostrada la corsia che scegliamo è senza eccezioni la più lenta, e così via. Ero dunque sicuro che quello di ieri sarebbe stato l’ultimo giorno. D’altra parte anche mia moglie evidentemente lo pensava, visto che quando sono uscito di casa mi ha detto: non vorrai andare alla fine del mondo vestito così.
Tutto era pronto, dunque. La giornata sarebbe stata scandita dall’attesa e da immancabili eventi. La destra avrebbe organizzato una grande festa d’addio al Billionaire dove Briatore e la Santanchè si sarebbero riconciliati; la sinistra sarebbe scesa in piazza con un girotondo, ma fino all’ultimo ci sarebbe stata incertezza sulla presenza di Nanni Moretti. Michele Serra avrebbe preparato un corsivo intitolato «Ecco dove ci ha portato il berlusconismo» ma al giornale gli avrebbero risposto che il giorno dopo non sarebbero usciti causa apocalisse, Serra avrebbe protestato per la censura e della vicenda si sarebbe interessato infine il comitato di redazione. Molti avrebbero finalmente fatto la pace: il Papa con i protestanti, Bush con Bin Laden, Giorgio Bocca con i fascisti, Calderoli con i meridionali, Di Pietro con la lingua italiana, Celentano con Don Backy; Juventus e Inter avrebbero giocato un’amichevole, i sindacati avrebbero accettato il piano di ristrutturazione dell’Alitalia, perfino Obama avrebbe fatto la pace con McCain anche se non con Hillary e Veltroni con Prodi anche se non con D’Alema.
Pure tra la gente comune si sarebbe respirata finalmente un’aria di vera solidarietà. Ai semafori nessuno avrebbe più strombazzato impaziente, niente dito medio alzato allo stop, grande cortesia perfino tra sconosciuti, scusi sa per caso che ore sono? La fine del mondo meno un quarto.
La prospettiva di venire inghiottito da un buco nero, o polverizzato da un’esplosione, era in effetti un po’ seccante, soprattutto per la futilità del motivo. Ci avesse centrato un asteroide, va bene; perfino una guerra nucleare l’avrei capita di più; ma morire per un Bosone di Higgs è una prospettiva dura da digerire. Mi scocciava soprattutto l’impossibilità di godermi le diciotto bottiglie appena portate dalla Toscana ma in fondo avrei dovuto capirlo quando il venditore mi ha detto: vedrà questo Chianti, è la fine del mondo. Tuttavia non mancavano le consolazioni: i primi a sparire sarebbero stati gli svizzeri e calcisticamente si chiudeva in bellezza, con gli azzurri campioni del mondo e il Bologna in serie A.
Ho cominciato a sospettare che qualcosa non stava girando per il verso giusto quando al giornale è cominciata la riunione di redazione. Tutti lì come se niente fosse. Ma se domani le edicole saranno meno di un pulviscolo, perché dovremmo preparare il giornale? A questa direi più che ragionevole osservazione i colleghi rispondevano ponendo deliranti dilemmi su quale fosse la sezione più adatta per la fine del mondo: gli esteri o la pagina della scienza? Non capivo poi perché l’incidente probatorio di Del Turco valesse di più, come notizia, dell’incidente nucleare di Ginevra. Piano piano la verità s’è fatta strada: nessuna apocalisse era in agenda, se mai questa stupidissima corsa di protoni ci spazzerà via, succederà tra alcuni mesi o addirittura anni. La solita semplificazione giornalistica, la solita bufala mediatica.
La cosa più sconcertante è però un’altra. Ieri ci si aspettava o la fine, o lo scampato pericolo. Invece niente: si resta in sospeso, vedremo, chissà, forse nel 2012. Credevo che almeno la fine del mondo fosse una cosa seria. Invece si manifesta nella storia come una tipica soluzione all’italiana: con un rinvio. L’apocalisse prorogata, come la presentazione del 730 o la legge sui sottotetti.
Insomma, prima o poi arriverà. Ma aveva ragione Stanislaw Lec: non aspettatevi troppo dalla fine del mondo.