Il disegno che umilia la politica

È difficile estraniarsi dalla cronaca giudiziaria di queste settimane ma è necessario farlo per capire cosa sta accadendo in questo strano Paese nel quale da dieci anni si muove un intreccio di potere a geometria variabile referenziato solo dalla forza del denaro e dal controllo di autorevoli organi di informazione. Il disegno di oggi è uguale a quello di ieri. Dieci anni fa Carlo De Benedetti, Giovanni Agnelli, Cesare Romiti e il cosiddetto salotto buono del capitalismo italiano sempre senza capitali pensarono di diventare la testa pensante di un nuovo governo del Paese relegando il vecchio Pci, poi il Pds e infine Ds al ruolo servente di una struttura territorialmente organizzata per raccogliere il consenso. Quel disegno fu battuto dal «dilettante» Berlusconi e le forze economiche che si erano mosse per saccheggiare pezzi rilevanti di aziende pubbliche si sono trovate a fare i conti con crisi strutturali e debiti crescenti. La progressiva autoreferenzialità del sistema bancario a seguito della sua privatizzazione ha dato fiato e vigore a quell'intreccio di potere che si ripropone oggi alla stessa maniera di ieri, come, cioè, la testa pensante di un governo elitario del Paese dato in gestione al nuovo partito democratico. La nuova strategia iniziò già nell'aprile 2003 con la cacciata di Vincenzo Maranghi e la presa di Mediobanca da parte delle maggiori banche e da un gruppo di imprenditori indebitati. Il controllo di Mediobanca era il controllo delle Generali e con la ristrutturazione del patto di sindacato anche del gruppo Rcs-Corriere della Sera. Intanto le stesse banche erano diventate un azionista importante della Fiat avendo convertito il famoso prestito di 3 miliardi di euro e quindi de La Stampa di Torino. L'ingresso di Banca Intesa e di Unicredito in Olimpia rendeva di fatto anche la più grande azienda di servizi, la Telecom Italia, un alleato fedele.
Il rischio corso da queste banche con gli scandali Parmalat e Cirio la cui attenzionae è stata dirottata puntualmente dai grandi giornali sulla Banca d'Italia ha dato un'accelerazione al nuovo disegno di potere che poi è quello di sempre e cioè rendere la politica subalterna alle centrali economiche e finanziarie del Paese. Da oltre un anno gli opinionisti del Corriere battono il tasto del tramonto delle grandi famiglie politiche vagheggiando quel generico partito democratico privo di radici culturali e sufficientemente pragmatico per guidare un Paese ad economia di mercato. È così che l'iniziale disegno del partito unico dell'Ulivo voluto dagli eredi del Pci è stato sostituito dal partito unico democratico voluto da questo intreccio di potere. Il primo fu osteggiato, sino a sfiorare la rottura con i Ds, da Francesco Rutelli che dopo un lungo viaggio negli Usa ha subito sposato il nuovo progetto del partito democratico. L'intreccio di potere che governa Mediobanca, le Generali e un net-work informativo della potenza de La Stampa, del Corriere e del Sole 24 Ore, aveva comunque bisogno di alleanze nella finanza internazionale ed in particolare in quella anglo-olandese-americana rappresentata, tra gli altri, dal Goldman Sachs che si vanta giustamente di mettere un suo uomo nel governo del Tesoro americano e di nominare il nuovo governatore della Banca d'Italia nella persona di Mario Draghi. Perché questo disegno in cui la politica non è più autonoma dal potere finanziario possa riuscire bisogna far perdere Berlusconi e nel contempo dare in testa ai diessini come fu dato in testa, ieri, ai democristiani e ai socialisti e completare così l'opera di pulizia etnica delle grandi famiglie politiche che in tutti gli altri Paesi europei tengono testa ai rispettivi poteri economici. Un disegno, dunque, di potere che ha nel corto-circuito finanza-informazione il suo cuore pulsante e in Rutelli e Veltroni i suoi epigoni politici, buonisti, simpatici e senza radici certe. Noi non faremo gli errori che fecero ieri i Ds quando battevano le mani a chi bastonava l'avversario politico perché quel bastone è contro tutta la politica, la sua autonomia, la sua forza e la sua democraticità. Se qualcuno ha sbagliato ne risponderà ai tribunali ma la si smetta di manipolare l'assetto politico del Paese. Oggi la danza non la mena più la radicalità di Eugenio Scalfari ma la mente raffinata, garbata e tentacolare di Paolo Mieli, erede di una generazione che visse la sua giovinezza combattendo il capitalismo salvo poi ad allearsi, in età matura, con i suoi maggiori vizi.
Quel che ci preme dire, oggi, è che questo disegno è illiberale perché i «dante causa» non vengono mai legittimati da un voto democratico. Si dirà che questa è la nuova forma della democrazia nella stagione della globalizzazione e della progressiva finanziarizzazione dell'economia. Non è così e la gestione elitaria del Paese che si tenta di imporre ci farà scendere altri scalini nel novero delle grandi democrazie nelle quali politica ed economia si condizionano, si combattono, si alleano ma in un sistema equilibrato di pesi e contrappesi. Senza volerlo noi, invece, stiamo scivolando in una sorta di Commonwealth finanziario nel quale vediamo sempre più sfumare il profilo democratico del nostro Paese. Sarà questo il vero terreno della battaglia elettorale che una sinistra allo sbando e sotto botta non ha ancora capito o non vuole capire messa com'è a difesa di una diversità che ormai fa quasi ridere.