La disfatta della memoria

Fra il 23 e il 24 ottobre del 1917 avvenne il dramma dei soldati italiani sul fronte orientale della Grande guerra. Un evento paragonabile soltanto alla distruzione delle Torri Gemelle. Ma senza le parole dei «ragazzi del ’99», oggi che cosa ne resterebbe?

Per quanto ci possa sembrare una data lontana, fra appena cento anni non ci sarà più nessuno che abbia un ricordo personale dell’11 settembre 2001. Sì, rimarranno i filmati e le fotografie, e i ragazzi del 2107 conosceranno molto meglio di noi le cause e gli effetti di quello stupro - brutale e improvviso - che venne fatto al nostro mondo. Ma nessuno potrà più raccontare loro cosa abbiamo provato quando abbiamo visto quei due aerei, che sembravano minuscoli, penetrare nell’acciaio con la freddezza e la crudeltà di una lama. Rimarrà la ferita che cambia il corso della storia, ma nessuno potrà più ricordare cosa faceva, cosa ha interrotto mentre vedeva le due torri crollare nel fuoco e nel fumo che - come nient’altro prima - ricordavano l’inferno. L’inferno non è fatto di fuoco e fumo, ma del sapere che il nostro destino è segnato e cambiato per sempre.
Il paragone fra Caporetto e le Torri Gemelle è l’unico che mi viene in mente, perché non c’è nessun altro episodio, nella vita di chi è nato dopo la Seconda guerra mondiale, che richiami il dolore e gli effetti di una violenza storica subita senza che - in apparenza - si possa fare niente per rimediarla. E perché nessuno storico, e nessun romanziere o poeta, può trasmettere le emozioni e le paure come chi le ha vissute sulla propria pelle.
Ricordo, per esempio, quando studiavo la bonifica delle Paludi pontine, una vicenda molto più recente, degli anni Trenta. Per quanto leggessi o vedessi i filmati, niente mi ha aiutato quanto parlare con chi aveva vissuto nelle paludi prima della bonifica. Il terrore della malaria, che si pensava venisse come uno spirito dai fumi della palude; il racconto di mestieri mostruosi - che rendono ridicolo il nostro odierno «cosa si fa per campare» - come quello del sanguisugaro; uomini che si immergevano a gambe nude nelle acque putride, e lì aspettavano. Aspettavano che lunghe o orribili sanguisughe si attaccassero alle loro carni per succhiare il sangue; poi uscivano dall’acqua, con le gambe nere e brulicanti di vermi immondi, li staccavano con delicatezza uno per uno, li mettevano in un cesto e andavano a venderli a Roma, a medici e ospedali che li usavano ancora per i salassi di sangue. Niente e nessuno mi ha trasmesso la sensazione dell’umanità disperata, e di quanto sia disposto a fare un uomo per sopravvivere, come i vecchi che me lo raccontavano.
Sta per ricorrere il novantesimo anniversario della sconfitta di Caporetto (23-24 ottobre 1917), che rischiò di far crollare l’Italia nata dal Risorgimento, e i superstiti che la vissero da adulti si contano ormai sulle dita di una mano. Sono i «ragazzi del ’99», l’ultima leva chiamata a combattere nella Prima guerra mondiale, allora diciottenni. Saranno di più, ma non molti, quelli che vissero da ragazzini o bambini l’esperienza dell’invasione da parte di un nemico che si diceva crudele, e lo era, come in tutte le guerre. E nessuno come chi l’ha vissuto potrà mai raccontare cosa significhi vedere la propria terra occupata da un esercito nemico. L’invasione austroungarica del Veneto, nel 1917, fu infatti cosa ben diversa dall’occupazione degli «alleati» tedeschi e dalla successiva liberazione dei soldati angloamericani, nel 1943-45.
Quello austriaco era un esercito che invadeva le nostre valli per punire il popolo italiano nei modi più crudeli; per impossessarsi delle nostre terre e rimanerci per sempre. La violenza era nell’idea stessa, prima ancora che nei fatti. E perfino i versi del più grande e dolente poeta italiano di quella guerra, Giuseppe Ungaretti, sono inadeguati a tramandarci l’orrore di un conflitto vissuto nel fango delle trincee, dove gli uomini - soldati e civili - furono davvero carne da cannone; neanche Ungaretti può trasmetterci lo sgomento che - passando attraverso quello dei soldati, dei friulani e dei veneti - si trasmise a tutti gli italiani. «Come questa pietra/ del San Michele/ così fredda/ così dura/ così prosciugata/ così refrattaria./ Così totalmente disanimata./ Come questa pietra/ è il mio pianto/ che non si vede./ La morte/ si sconta/ vivendo».
C’è da augurarsi che le testimonianze orali e video dei superstiti vengano fatte sentire e mostrate in televisione, in questi giorni di rievocazioni, oltre alle sottili analisi degli storici. Perché la storia è maestra di vita, sì, ma ci insegna molto di più e meglio se la apprendiamo anche da chi l’ha vissuta e subita. E perché nessuna lontana immagine via satellite, per quanto cruda e immediata, potrà insegnarci meglio l’orrore della guerra: e a averne paura.
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