La disfatta politica di Chirac

Massimo Introvigne

È inutile nasconderselo: la partita giocata a Singapore per decidere chi avrebbe organizzato le Olimpiadi del 2012 non era puramente sportiva. Lo dimostra il discorso di Chirac, che ha parlato ben poco di sport e ha ricordato che Francia è sinonimo di «pace» e «dialogo fra i popoli e le culture». Chirac sa che il Comitato Olimpico Internazionale è un'Onu dello sport senza Consiglio di Sicurezza: un voto hanno gli Stati Uniti e uno il Burkina Faso, il che significa che le nazioni del Terzo Mondo sono in maggioranza. Ha dunque puntato sulla politica estera francese; terzomondista, anti-americana e contraria alla guerra in Irak. Ha strizzato l'occhio ai numerosi Paesi musulmani parlando di condanna delle guerre e di multiculturalismo alla francese. Non ha detto, ma ha lasciato intendere, che scegliere Londra avrebbe significato premiare il più fedele alleato degli Stati Uniti di Bush. Ancora mezz'ora prima del voto, il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë dichiarava che se la «finale» fosse stata fra Londra e Parigi avrebbe vinto di sicuro Parigi, perché i Paesi in via di sviluppo e quelli islamici avrebbero certamente votato «contro gli anglosassoni».
Invece, è finita come sappiamo. Una sconfitta bruciante per Chirac e per il sindaco Delanoë, che a questo punto dovrà probabilmente rimettere nel cassetto le sue ambizioni di candidato socialista alle prossime presidenziali francesi. Delanoë, tra l'altro, ha messo del suo nella disfatta di Singapore. Chi scrive era a Singapore - per altre ragioni - la settimana scorsa, in un grande albergo pieno di delegati olimpici internazionali. Per puro caso, ha sorpreso un certo numero di delegati musulmani sfogliare mentre facevano colazione, tra risatine e commenti irriferibili, un dossier sulla campagna per il matrimonio omosessuale del sindaco Delanoë, egli stesso attivista gay fra i più militanti e chiassosi della scena internazionale. Si tratta di un argomento cui non solo i musulmani, ma anche i Paesi africani - molti dei quali hanno leggi piuttosto repressive sul tema - sono molto sensibili. Che i dossier su Delanoë fossero messi in circolazione a Singapore dai suoi avversari politici francesi o dalla perfida Albione è argomento che può interessare gli appassionati di complotti: ma di certo non dicevano nulla di falso.
Sul tema africano, Chirac ha scontato la contraddizione fra le belle parole e i fatti della protezione armata dei peggiori regimi dittatoriali e corrotti, purché favorevoli agli interessi economici francesi, a partire dalla Costa d'Avorio. Al contrario, Blair - certo anche con un occhio alla votazione olimpica - si è appena aggiunto al presidente Bush come sponsor del maggiore programma di aiuti all'Africa di tutti i tempi, un progetto ambiziosissimo che mira a far entrare davvero il continente nero nel XXI secolo. Non a caso, a Singapore la candidatura di Londra era sostenuta da uno spot di Nelson Mandela.
Più in generale, il vento è cambiato. Tra i Paesi in via di sviluppo diminuisce l'apprezzamento per la retorica anti-americana e parolaia con cui Chirac ha incantato per anni le assemblee internazionali e aumenta il consenso ai progetti di esportazione della democrazia e dell'economia di mercato. Progetti magari temperati dal blando laburismo di Blair - infatti ha vinto Londra, non New York, partita peraltro in ritardo e con meno convinzione - ma che, alla prova dei fatti, si sono dimostrati più moderni di un terzomondismo francese apparso all'improvviso terribilmente invecchiato.