LA DISFATTA SILENZIOSA

La vicenda della Tav lascia nudi Prodi e le anime belle della sinistra cosiddetta riformista che tace per mancanza di coraggio, presenza e speranza. Chi ha presenza è la sinistra un po’ squadrista, un po’ anarchica e un po’ provinciale e valligiana, trattata come carne da macello politico. E chi invece sta vincendo a mani basse, una volta tanto, è il governo che ha risposto con due armi: ragionevolezza e determinazione. Ragionevolezza nell’affrontare il problema raffreddandolo e aprendo tavoli di discussione sull’impatto ambientale, determinazione nel ribadire che la Tav è decisa, si farà e si farà bene. Dunque bene il governo che sa usare ragione e fermezza rifiutando gli scontri, bene in un certo senso i ribelli, ma male, malissimo, zero spaccato a una sinistra riformista di preteso governo, pavida e invisibile.
Giustamente ieri a Sant’Antonino dove si è svolta la grande assemblea, il presidente della Comunità montana Ferrentino ha protestato per il silenzio di Prodi e Fassino: chi li ha visti? Che cosa pensano? Che cosa faranno? Buio completo. Suggeriamo, è il nostro ostinato contributo, di convocare Prodi a una seduta spiritica con piattino e carta geografica. L’ha già fatto una volta dando un indirizzo sbagliato, potrebbe farlo stavolta dando almeno un indirizzo politico. Ma per darlo dovrebbe smentire se stesso, visto che era un fautore dell’alta velocità e oggi vede che la gente che manifesta contro l’alta velocità è proprio il suo elettorato.
Dunque gli sviluppi della Tav forniscono una indicazione drammatica sulla coalizione che vorrebbe guidare il Paese. E l’indicazione è questa: la sinistra riformista che inorridisce di fronte alla violenza e agli insulti contro le istituzioni conta meno di niente, non ha leadership, è un’appendice della massa di manovra colorita e spesso eversiva che si raccoglie sotto le etichette di un generico movimento che da oltre quarant’anni prende a pugni e insulti la democrazia. Oggi il bastone, anzi il manganello, di comando sta in mano a loro: agli squatter, alcuni verdi e le truppe speciali dei centri sociali. I riformisti italiani, perplessi, bevono l’aperitivo e guardano dalla finestra. Quelli che agitano le masse, come si diceva una volta, fanno bene il loro mestiere: sfidano la legalità e mettono in crisi l’ordine pubblico sperando nella carica della polizia, nel ferito, se possibile il morto, come a Genova. Fanno il loro mestiere, ma il governo che ha agito con senso dello Stato ha fatto meglio ancora. Ed è ovvio che proprio l’intelligenza governativa sia stata vissuta dalla sinistra rivoluzionaria come una sconfitta determinata dall’assenza dei suoi pretesi leader, invitati persino a ravvedersi dall'eresia di fautori dell’alta velocità. Quelli però non si ravvedono perché in cuor loro la vogliono, l’alta velocità. Solo che non trovano il coraggio di dirlo e così stanno perdendo la faccia perché dimostrano ad un elettorato mantenuto al calor rosso da una propaganda falsa ed eccitante, di essere solo dei banali opportunisti pronti ad arraffare voti sia dalle bisacce della democrazia che da quelle dell’anti-democrazia secondo l'antica norma morale dell'«O Franza o Spagna, purché se magna». Tuttavia anche l’opportunismo ha le sue regole di decenza ed è quando l'Alberto Sordi italiano riscatta la sua pavidità davanti al plotone d'esecuzione che in questo caso è soltanto il principio di realtà: niente sangue, soltanto coraggio e chiarezza. Qui invece siamo di fronte alla disfatta in un silenzio che non è davvero quello dei forti. E gli elettori traditi se ne stanno accorgendo.
p.guzzanti@mclink.it