Disgregazione al potere

Il governo ha passato anche il secondo voto al Senato sulla pregiudiziale di costituzionalità per il decretone fiscale: qualcuno sperava che finisse sotto. I più, però, prevedevano che questo non sarebbe avvenuto.
Due politici di opposti schieramenti e di lunga esperienza, Clemente Mastella e Altero Matteoli, sostengono che non ci sono ancora le condizioni politiche per una crisi. Questa si determinerà solo quando qualche partito del centrosinistra prenderà un'iniziativa. Vi è in questa analisi del buon senso ma anche un eccesso di primorepubblicanesismo, di una stagione in cui i partiti determinavano tutto.
In realtà oggi nei due schieramenti (di più nel centrosinistra) vi sono esponenti parlamentari con vincoli molto più solidi con la società civile che con i partiti che li hanno eletti. Vi sono personalità che rispondono ad ambienti cattolici con ben poche mediazioni con le varie Margherite e Udeur. Altri hanno rapporti diretti con centri di potere economico, ben al di là dei legami di partito. E non si tratta solo di peones allo sbando. Persino parlamentari di prima grandezza, un Lamberto Dini, ma anche un leader come Francesco Rutelli, se messi alle strette, tra la lealtà agli «ambienti» con cui hanno saldi rapporti o ai partiti-ectoplasma a cui aderiscono, sceglierebbero i primi. È da qui che si deve partire per abbattere il governo in carica.
Romano Prodi non è in grado di inventarsi disegni diabolici: è tenace ed esperto di intrighi di potere ma incapace di quelle grandi visioni che sostengono le operazioni politiche più complesse. Scomparso Beniamino Andreatta non c'è nessuno nel suo giro che sappia pensare in grande. Non va sottovalutato, però, il suo istinto di potere, talvolta accecato da rabbia e arroganza, ma ancora vitale. È questo istinto che gli suggerisce la tattica in atto: frammentare la società, in modo da impedire reazioni unidirezionali che non potrebbero non portare a una sua liquidazione. Quando si lamenta della frammentazione, Prodi è la gallina che ha fatto l'uovo. È - come dicono i napoletani - quello che «chiagne e fotte». Dividere i sindacati, dividere la Cgil dalla sua ala sinistra, dividere la Confindustria non solo dalle altre categorie di imprenditori ma anche dalla sua stessa base sociale. La tattica della finanziaria girevole non è solo frutto del super-ragioniere impazzito Tommaso Padoa-Schioppa o del maniaco fiscale Vincenzo Visco, risponde anche all'istintivo bisogno prodiano di sminuzzare tutto, in modo che il suo potere (coordinato con quello di qualche amico banchiere) resti l'unico «centro» ancora in piedi. Lo spirito di disgregazione, poi, è come la peste: non si arresta alle soglie del centrosinistra e può investire anche il centrodestra. Dove il geniale stratega Pierferdinando Casini cerca di spingere la Lega Nord «troppo di destra» nelle braccia della sinistra. Una tale peste non può essere bloccata solo dalla protesta (che pure ci vuole e anche in piazza) né dalla pura iniziativa politica (come l'idea del governo istituzionale, peraltro utile). È indispensabile che emerga una proposta programmatica tale da unire la società in ebollizione. Bisogna «ricomporre» la società disgregata dalla sete di potere prodiana, dare punti di riferimento: accanto alla parola d'ordine (da non abbandonare) dell'arretramento dello Stato fiscale, vanno definite e fatte assimilare dai movimenti di protesta e opinione ora in atto, nuove idee per una nuova politica, magari articolate in una fase emergenziale e in una seconda riformista. Unire la società per battere la disgregazione prodiana è il problema di oggi.