Un «disinvolto» leader riformista di nome Amato

Ruggero Guarini

Se il prossimo inquilino del palazzo sacro al dio Quirino sarà Giuliano Amato gli addetti alla stesura del suo elogio intellettuale non dovrebbero esitare a ricordare che il genio di quest’uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla teoria e alla pratica del riformismo si è più volte espresso in sentenze lapidarie come queste: 1) «Riformismo: impostazione politica volta a modificare lo stato esistente delle cose con metodi legali»; 2) «Il riformismo non è solo proposta, non è solo articolazione di commi tecnicamente corretti, ma è progetto di insieme, è tratto finalistico di identità comune, è visione del futuro in cui proposte e commi tecnicamente corretti trovano il loro senso e la loro ragione»; 3) «Il riformismo non è la destra della sinistra».
È partendo da queste definizioni che egli pensa, com’è noto, che si debba costruire quel nuovo partito che dovrebbe appagare le aspirazioni unitarie e i sentimenti fraterni di tutte le sparse membra della nostra sinistra democratica e riformista. Ma per meglio chiarire in che cosa dovrà risiedere la sua novità ha avvertito il bisogno di aggiungere, alle tre citate sentenze, due codicilli di un’abbagliante chiarezza. Nel primo dei quali si osserva che il nuovo partito «sarà un modulo aperto, con identità multiple che convergono in modo non centralizzato né gerarchizzato». Mentre nel secondo si precisa che il suo nucleo dirigente «dovrà mettere a fuoco un progetto di cui discutere con le altre componenti del centrosinistra per trovare alla fine una posizione comune che abbia l’impronta forte data da quel nucleo ma nel quale anche gli altri si possano riconoscere».
È con frasi come queste che Giuliano Amato ha dimostrato da un pezzo di essere un cervello fino. Più semplice comunque sarà il compito di coloro che dovranno compilare la sua apologia morale. Essi potrebbero infatti limitarsi a ricordare – come Filippo Facci ha fatto nei giorni scorsi nel suo Appunto con garbata concisione – «la disinvoltura con cui si lasciò alle spalle il leader politico che lo forgiò». Magari potrebbero aggiungere qualche rispettosa riflessione sulle nobili ragioni etiche che in tempi non molto lontani lo incoraggiarono a lanciare l’idea di sbattere in galera chi va a puttane. Ma allora occorrerebbe dedicare qualche riga a quella che fu forse la più grande aspirazione giovanile di quest’uomo rotto non soltanto alle speculazioni più severe e caute ma anche alle più sfrenate e romantiche fantasie. Mi riferisco ovviamente all’idea che a un certo punto della sua giudiziosa giovinezza, come egli ha rivelato nel suo ultimo libro, proprio mentre si avviava a una brillante carriera universitaria, gli venne di piantare tutto – studi, insegnamento, politica – per mettersi a fare il camionista. Cosa che ovviamente non fece, per molte oscure ragioni che egli non ci ha rivelato. Fra le quali tuttavia siamo sicuri che la più potente fu l’idea che un camionista non può sottrarsi al dovere di concedere qualche passaggio a ragazze di facili costumi.
Facilissimo sarà infine il compito di chi dovrà stendere il suo elogio politico. Sarà infatti sufficiente ricordare che quando egli ebbe modo, come presidente del Consiglio, di esprimere concretamente il suo talento di riformista, tentò di migliorare l’esistenza degli italiani scippando un po’ di quattrini dai loro conti correnti.
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