Disoccupazione al 7,5%, la più bassa dal ’92

I dati migliori nelle città settentrionali: tasso contenuto al 3,9% e 178mila lavoratori in più

Silvia Marchetti

da Roma

Boom dell’occupazione. In quest’ultimi dieci anni, il mercato del lavoro italiano non ha mai goduto di migliore salute. I dati diffusi ieri dall’Istat fotografano uno scenario più che positivo: il secondo trimestre di quest’anno ha registrato 213.000 occupati in più rispetto allo scorso anno, facendo calare il tasso di disoccupazione - per la prima volta dal 1992 - al 7,5 per cento.
Il numero complessivo degli «impiegati» è così arrivato alla cifra record di 22.651.000, assestando il livello di occupazione al 57,7%. Segno che il mercato del lavoro è sempre meno ingessato, grazie anche alla recente riforma strutturale varata dal governo Berlusconi. L’analisi Istat, se nel generale offre un quadro roseo e pieno di speranza, nel particolare evidenzia il permanere di contrasti tra le varie zone dello Stivale. Gli occupati aumentano soprattutto al Nord, dove i 178.000 lavoratori in più hanno fatto scendere il livello di disoccupazione al 3,9%. A differenza del Mezzogiorno, dove nonostante il tasso di disoccupazione sia sceso di ben 0,9 punti e siano stati creati più di 17.000 posti, i «senza-lavoro» arrivano al 14,1%. Mentre il Centro Italia registra 18.000 nuovi lavoratori.
Nel Sud, il settore più «sfortunato» è quello dell’occupazione femminile, colpito da un calo del 2,1 per cento. In controtendenza rispetto all’aumento generale delle lavoratrici donne (+0,9%). Vuoi per motivi di famiglia, vuoi per difficoltà a trovare un impiego, le donne meridionali sono dunque ancora svantaggiate rispetto ai loro colleghi maschi e solo tre su dieci lavorano fuori casa. Il confronto tra il Nord «rosa» e il Sud «rosa» offre un quadro sbilanciato. Il 45,4% delle donne italiane ha un impiego, mentre nel Meridione solo il 30,2%. È il fattore femminile che pesa infatti sul «rallentamento» del mercato lavorativo del Mezzogiorno.
Infine, sono sempre meno i lavoratori «privati». L’analisi Istat rivela una disparità tra occupazione dipendente (+381.000 unità) e occupazione indipendente (-168.000 unità). A registrare il maggior aumento di «neolavoratori» è il terziario, con 206.000 impiegati in più. Seguito a stretto giro dal settore delle costruzioni. Mentre l’agricoltura ha perso 17.000 lavoratori in un anno. Ma il settore che va peggio di tutti è quello industriale, con un crollo di 79.000 posti di lavoro e un malessere che colpisce soprattutto il Centro Italia. La maggior parte dei lavoratori dipendenti gode di un «posto fisso», ma sono in netto aumento le assunzioni a termine (+129.000). I dati Istat evidenziano la popolarità delle nuove forme di lavoro entrate in vigore con la legge Biagi. Infatti, sono sempre di più le persone che trovano un lavoro part time (2.896.000). Soprattutto nell’occupazione femminile. Quest’anno, 126.000 donne hanno trovato un lavoro a tempo parziale, il più adatto alle esigenze familiari.
La maggioranza esulta, l’opposizione si tappa gli occhi. Per il ministro Maroni «i dati Istat dimostrano l’efficacia dell’azione del governo. Sulla lotta al sommerso e sulle politiche di sostegno - ha aggiunto il responsabile del Welfare - siamo al primo posto in Europa, in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi». Cifre che smentiscono «le cassandre della sinistra». «Berlusconi - aggiunge Francesco Giro (Fi) - ha mantenuto tutte le promesse del contratto con gli italiani». Ma il centrosinistra e i sindacati ne danno una lettura diversa, aggrappandosi al «divario tra Nord e Sud». «La realtà non è quella del governo - tuona Pino Sgobio (Pdci) - ma quella sotto gli occhi di tutti».