La disperata moltiplicazione di pane e pesci

Paolo Armaroli

Tra i tanti guai che affliggono l’Unione di Prodi e compagni di strada c’è anche quello che i suoi alti papaveri non sanno sorridere. Non sono seri ma seriosi come cipressi. Non hanno il senso dell’ironia e men che meno dell’autoironia. Con il bel risultato che prendono drammaticamente sul serio l’altrui ironia. Silvio Berlusconi ha evocato Napoleone, Gesù Cristo, Mosè? Non l’avesse mai fatto. Gli indignati speciali in servizio permanente effettivo hanno subito levato alto e forte la loro voce. Ma come si permette il presidente del Consiglio a raffigurarsi in tali sembianze? È per caso impazzito? Non merita forse, come disse una volta soavemente Massimo D’Alema, di andare in giro con lo scolapasta in testa?
Ora i seriosi fanno veramente paura. Prendendo tutto alla lettera se ne escono con commenti che non stanno né in cielo né in terra. Fatto sta che gli alti papaveri dell’Unione un giorno sì e l’altro pure sbertucciano il presidente del Consiglio. Salvo poi corrergli appresso. Ne volete l’ennesima riprova? Eccola. Costoro hanno passato notti insonni nel disperato tentativo della quadratura del cerchio. Hanno vissuto come un incubo la compilazione delle liste di candidati. Era inevitabile che non ci fosse posto per tutti. E gli esclusi, tra i quali brillano parlamentari che hanno fatto fino in fondo il loro dovere e forse anche qualcosa di più, naturalmente ci sono rimasti male. Perché accogliere a braccia aperte i nuovi arrivati, magari totalmente digiuni dei meccanismi parlamentari, e far fuori noi che abbiamo ben meritato?
Così molti hanno sbattuto la porta con gran fracasso e altri hanno cambiato partito dall’oggi al domani. Per frenare i malumori, le teste pensanti dell’Unione - quando si dice il genio - non hanno trovato di meglio che compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Neppure fossero dei redivivi Gesù. Ai sullodati esclusi sono state promesse poltrone ministeriali o, nel peggiore dei casi, tanti strapuntini. Ora, mai dire gatto prima di metterlo nel sacco. Tanto più che le certezze incrollabili di vittoria alle elezioni del 9 e 10 aprile, intensamente coltivate fino a qualche tempo fa, si vanno assottigliando di settimana in settimana. Ma supponiamo, per amore di discussione, che l’Unione vinca al fotofinish le elezioni. Siamo proprio sicuri che in tal caso le tante promesse verranno mantenute? La struttura del governo dovrebbe dilatarsi a dismisura: tanto paga il solito Pantalone.
Insomma, avremmo un governo nel quale molti suoi componenti verrebbero scelti al di fuori del Parlamento. Per via di prassi otterremmo in pratica lo stesso risultato che in Francia si è avuto grazie all’articolo 23 della Costituzione del 1958, che fissa quella incompatibilità tra le funzioni di membro del governo con l’esercizio del mandato parlamentare che il generale de Gaulle auspicò fin dal discorso di Bayeux pronunciato il 16 giugno 1946. E non ci vuole una particolare perspicacia per comprendere che l’immissione al governo di un plotone di non appartenenti né all’una né all’altra Camera fa a pugni con la nostra forma di governo parlamentare.
Gli apprendisti stregoni, si sa, alle lunghe rimangono vittime dei loro artifici. Infatti da una parte Prodi e compagnia cantante fanno quadrato attorno alla Costituzione repubblicana del 1948 e hanno richiesto in massa un referendum contro la riforma costituzionale che ha il solo torto di mettere le nostre istituzioni al passo dei tempi. Hanno scomodato, pensate, i loro deputati e senatori, gran parte dei consigli regionali e, già che c’erano, cinquecentomila e passa elettori. Dall’altra, però, si atteggiano nei fatti a eversori dell’ordine costituito. Con questa loro brillante trovata mettono a rischio quel parlamentarismo che i padri della nostra Costituzione approvarono a larghissima maggioranza. E allora, come la mettiamo?
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