Il disperato tentativo di «craxizzare» Silvio Berlusconi

Caro Granzotto, che chiave di lettura dare all’accanimento delle forze di sinistra e del quotidiano La Repubblica contro Silvio Berlusconi, accanimento che negli ultimi tempi si è fatto spasmodico? Non si era mai vista, in Italia o all’estero, una così lunga e martellante azione distruttiva contro un politico e ciò va ben al di là del confronto maggioranza/opposizione. Io parlerei piuttosto di un monomaniacale disordine delle facoltà intellettuali, al limite della malattia mentale, non trova?
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Come a dire che sono tutti matti, caro Loredani? Matti da legare? Così, su due piedi, non lo escluderei. Comunque è evidente negli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo una qualche forma di disturbo ossessivo-compulsivo che credo, anzi sono sicuro, sia determinata dalla «sindrome da antifascismo». Mi spiego: l’antifascismo, lo sappiamo tutti, è un Valore (con la maiuscola) fondante e, così almeno piace credere, condiviso. Ma nonostante sia stato concimato con una quantità esorbitante di parole, scritti, manifestazioni, commemorazioni e attestazioni, nonostante lo si sia somministrato in dosi massicce e martellanti, è un valore incompiuto. Potremmo dire virtuale, giacché gli manca l’anima o, se preferisce, il nerbo. Il glorioso antifascismo, con i suoi martiri, con i suoi apostoli e i suoi numi ha infatti mancato l’obiettivo finale e risolutivo di ogni «anti» che si rispetti: non ha fatto cadere, ma nemmeno barcollare, il fascismo. L’amara verità è questa: in vent’anni di lotta dura e senza paura gli antifascisti non hanno cavato un ragno dal buco, ottenuto un solo risultato, neanche impensierito il fascismo, che è andato per la sua strada ed è caduto, per mano dei fascisti, il 25 luglio del 1943. Rinato e rivisitato con la Repubblica Sociale, cadde la seconda volta per abbandono di chi lo rappresentava, incalzato dalle forze alleate che risalivano la Penisola. La saga della Resistenza che fantasiosamente fu (e viene) data come protagonista della «liberazione» non è altro che un espediente per assegnare all’antifascismo ciò che non ha: il merito d’aver col gladio e col pensiero rovesciato tiranno e tirannia.
E adesso, caro, Loredani, si metta nei panni degli antiberlusconiani. Si metta nei panni dei repubblicones, che ben li rappresentano. Il loro terrore, causa di ulcere gastroduodenali, di angosce e inusitate mattane, è che Berlusconi, il nostro ardimentoso Cavaliere, dopo una trionfale stagione se ne esca dal Palazzo con le sue gambe. Che decida, insomma, esser giunto - quando giungerà - il tempo di dare l’addio alle armi. Sarebbe, per gli antiberlusconiani, la catastrofe. Tutte le energie spese, tutto lo strizzamento dei cervelli per trovar il modo di incastrarlo, tutti gli appelli e le marce e le mobilitazioni e i girotondi e i cortei, tutto l’impegno mediatico-giudiziario, tutte le travagliate, tutte le escort rastrellate, tutta la vis comica delle Littizzetto e la vis cimiteriale dei Fazio, tutto lo straripante livore dei Santoro, tutto il giornalismo fognario-investigativo dei D’Avanzo, tutto questo per niente. Per un umiliante buco nell’acqua. Per un traumatizzante coitus interruptus. Ecco, caro Loredani, è il fantasma del fascismo incompiuto che toglie il sonno agli antiberlusconiani. Gente che si fa venire le convulsioni al pensiero di un antiberlusconismo altrettanto incompiuto. Per cui ci danno dentro più che mai nella speranza che magari in zona Cesarini riescano a craxiare Berlusconi con tanto di lancio di monetine. Sono ridotti, insomma, all’«o la va o la spacca». E, manco a dirlo, sarà buona la seconda.