Le dispute teologiche del gatto con la parola

Un surreale felino protagonista del "Graphic Novel" di Joann Sfar

Vincenzo Garzillo

Grigio, ossuto, intelligente, crudele; oppure «notturno, imprevedibile e profondamente etico», come si definisce lui stesso. Il gatto che dà il titolo al graphic novel di Joann Sfar (Il gatto del rabbino, Rizzoli, pagg. 157, euro 16) si chiama Moujroum ed è il protagonista di tre divertenti racconti ambientati tra Algeri e Parigi. La sua esistenza, vissuta tra lische di pesce, fusa alla padroncina e scorribande amorose sui tetti, viene sconvolta da un piccolo evento surreale: il gatto, infatti, acquista il dono della parola. In questo modo può finalmente dare sfogo alla sua eloquenza e al suo scetticismo, lanciandosi in dotte dispute teologiche con il rabbino e con il rabbino del rabbino, sul significato del Verbo, della Cabala, della Torah, dei rituali religiosi. Dialoghi incalzanti, giocati sul filo dell'ironia e destinati a concludersi senza un vincitore, come nella migliore tradizione ebraica refrattaria ad ogni sintesi definitiva. A spingere il gatto sono moventi elementari. Oltre alla fame, c’è la passione e la gelosia nei confronti della padroncina. Un capriccio votato all’inevitabile fallimento. Il destino non gli risparmierà nemmeno le conseguenze negative della perduta innocenza pre-verbale. Se, infatti, ora è libero di mentire seguendo la sua naturale furbizia, gli tocca però registrare anche un inquietante mutamento nella qualità dei sogni, che si fanno più confusi e meno divertenti.
Il gatto rimane fino alla fine «amico della scienza e della voluttà» - come lo definì Baudelaire - ma perde ben presto la parola. Il suo sguardo disincantato guida il lettore attraverso le stradine di Algeri, seguendo il filo di piccole ma avvincenti storie domestiche. Ne esce un ritratto affettuoso della mentalità e dei costumi ebraici, pieno di insanabili contraddizioni e di inguaribili virtù. Il passo della narrazione è leggero come quello del protagonista. L’impostazione classica non fa rimpiangere la mancanza di eccessivi sperimentalismi. Le belle tavole uniscono il tratto rapido della china alla ricchezza di colori e di vita dell’Africa e della Francia. Nelle intenzioni dell’autore costituiscono «un omaggio a tutti i pittori di Algeri del ventesimo secolo». Da citare la disputa tra il gatto e un asino sul significato del cognome «Sfar», lo stesso dell’autore: uno lo fa risalire al sostantivo arabo «giallo», l'altro al verbo ebraico «sofer», scrivere. Ennesima, paradossale antitesi nel destino dell’artista, tra la scrittura e il colore, fra il tratto e l’immagine.