Un dissacratore alla corte dei re di Hollywood

Tradotto in italiano il romanzo esplosivo di Budd Schulberg contro le major del cinema Usa

Ha scritto Giorgio Gaber che «qualcuno era comunista per fare un dispetto a suo padre». Budd Schulberg, per esempio. Cellula del minuscolo Partito Comunista Americano ai tempi in cui lo slogan per arruolare proseliti era: «Le ragazze più belle di Hollywood sono nel partito», ne uscì alla fine degli anni Trenta, quando realizzò che il comunismo non era soltanto sbornie e chiacchiere, ma anche obbedienza e disciplina e si fece poi, addirittura, collaboratore del maccartismo. Suo padre si chiamava Benjamin Percival Schulberg, tycoon hollywoodiano. Louis B. Mayer - uno dei nuovi arrivati che, coi fratelli Warner e Samuel Goldwyn, gli avevano fatto le scarpe - gli telefonò furioso, ingiungendogli di cacciare via Budd, colpevole di aver scritto Perché corre Sammy?, romanzo dissacratore sulla Mecca del Cinema. Goldwyn - allarmato - si era invece direttamente rivolto al giovane scrittore, offrendogli ben duecentomila dollari per non pubblicare il libro.
Due facce dell’arroganza del potere. L’opera esplosiva uscì lo stesso. Fu digerita e, anche se ancora oggi nessuno osa trasformarla in film, Kurt Vonnegut la definì «un piccolo capolavoro, americano al cento per cento». Budd - che sognava di fare lo scrittore - è diventato veramente famoso come sceneggiatore di Fronte del porto e di Un volto nella folla, entrambi diretti da Elia Kazan. A novant’anni suonati sta ancora scrivendo un film per Spike Lee, sulla vita del pugile nero Joe Louis.
Sellerio pubblica adesso il romanzo in italiano (traduzione di Alfonso Geraci, pagine 395, euro 12,00) con un bel saggio di Giuseppe Scaraffia. Perché corre Sammy? è la storia di un arrivista, il giovane ebreo Sammele Glickstein e della sua irresistibile ascesa al potere. Intanto, il Nostro si trasforma subito in Sammy Glick. Non è un dettaglio, ma un aspetto del melting pot e, se vogliamo, del sogno americano. Anche il greco Elia Kazan si chiamava Kazanjoglou (e Marlon Brando, che a lui e a Schulberg doveva la popolarità, si rifiutò di consegnargli l’Oscar alla carriera)...
Ma le analogie non finiscono qui. In Sammy c’è molto dell’onnipotente Mayer, e di F.S. Fitzgerald e, com’è ovvio, dello stesso Budd... Sammy parte da poverissimo ebreo newyorkese, come fattorino di redazione. Arriverà a produttore hollywoodiano. A raccontarne la corsa - frenata, infine, solo da una donna... - è Al Manheim, giornalista più anziano, testimone involontario e inevitabile dell’epopea di Glick. Che si confonde con quella del capitalismo, il cui peccato originale è l’arrivismo.
Colto, troppo pigro e dotato di senso morale per far carriera, in altre parole, un perdente: questo è Al. Ignorante, privo di qualità e totalmente amorale, animato solo dalla infrangibile volontà di conquistare soldi e potere: questo è Sammy. «Un feto schizzato fuori dal ventre materno, per cui la vita era una corsa da vincere a suon di gomiti puntuti e l’unica linea del traguardo era la morte». Al è la voce narrante del romanzo e ha lo stesso tono di Nick nel Grande Gatsby di Fitzgerald. È esattamente l’opposto di Sammy, ma non riesce a nascondere la sua ammirazione per Glick, una sorta di attrazione perversa che rasenta la curiosità scientifica nei confronti del monstrum.
L’esasperato darwinismo sociale del protagonista non è una colpa né tanto meno un merito, piuttosto una connotazione naturale. Sammy non ha avuto il tempo di rivestire per bene l’id, cioè il nucleo dei nostri appetiti elementari, che il superego vestirebbe degli abiti della rispettabilità per renderlo presentabile. Egli è l’id allo scoperto. Ed è anche questo che lo fa correre. In fondo, incarna alla perfezione «il modo di vivere che pagava dividendi in America nella prima metà del ventesimo secolo».
Nato dentro una culla d’odio, malnutrizione, pregiudizio, sospetti, amoralità, cucciolo scabbioso nel mondo di cane mangia cane, in mezzo a una guerra egoista, senza scrupoli e crudele, dimostra di essere il più forte, il più valoroso e il più veloce. Ma Sammy è anche un po’ Schulberg, che nella vita ha usato qualche stratagemma alla Glick per far carriera. Ad esempio, per conquistarsi la fiducia di uno Scott Fitzgerald ormai dimenticato da tutti, citandogli a memoria brani della sua opera. Budd gli ispira Gli ultimi fuochi e lo ritrae nel romanzo I disincantati, come il protagonista alcolizzato. Dopo aver letto il libro, Hemingway ringhierà che Schulberg è «un porco da appendere a testa in giù».
Comunista della prima ora, sindacalista degli sceneggiatori, già fa dire ad Al: «Non ho niente contro la Gilda (il sindacato ndr). Ma, mi sa che sono un individualista. Mi piacevano un sacco di persone, ma mi piacevano una alla volta, non tutte ammassate insieme». In un crumiro picchiato dagli scioperanti vede un poveraccio per cui «fare il crumiro non è il sogno della vita». Con Kazan, ai tempi della Commissione per le Attività Anti-Americane, Schulberg fa i nomi dei vecchi compagni. Orson Welles accusa entrambi di aver «tradito gli amici per difendere le loro piscine». Forse anche per questo Fernanda Pivano lo ha liquidato sprezzantemente, come «un mediocre scrittore diventato famoso solo per la sua familiarità con Scott». Perché corre Sammy? dimostra che non è vero: Budd Schulberg è un romanziere di razza. A petto dei nostri contemporanei, addirittura un gigante...