Disse «leccac...» ai colleghi: condannata in Cassazione

L’insulto rivolto da una legale a due altri avvocati durante una votazione interna

L’espressione «leccac...», spesso utilizzata per definire il ruffiano, deve essere cancellata dal nostro vocabolario, a meno che non si voglia incorrere in una condanna penale per ingiuria. Lo mette nero su bianco la Cassazione che scrive testualmente: «si può ritenere che il termine “leccac...” non sia soltanto forte o suggestivo, possedendo esso una indubbia carica offensiva e fuoriuscendo assolutamente dai canoni della continenza espressiva».
Per avere definito lacchè, appunto con il termine «leccac...», due esponenti del consiglio direttivo dell’Unione Genovese Avvocati, Chiara R. e Angelo O., che avevano votato a favore del presidente dell’associazione nazionale, Palma B., che aveva inviato una e-mail all’Uga, è stata condannata definitivamente per ingiuria e diffamazione, oltre al risarcimento dei danni patiti dai due avvocati accusati di essere dei lacchè per avere intrapreso scelte da lei non condivise.
Per la verità, riferisce ancora la sentenza 43060 della Quinta sezione penale, Palma aveva anche definito l’avvocatessa «acida nubile», invitando l’altro collega a «lavarsi...».
Immediata la denuncia dei due esponenti dell’Uga che si erano sentiti offesi da quelle e-mail.
Palma era già stata condannata per ingiuria e diffamazione sia dal Tribunale di Genova (luglio 2004), sia dalla Corte d’appello del capoluogo ligure (marzo 2006). Inutilmente ha tentato l’estrema difesa in Cassazione, sostenendo tra l’altro che dare del «leccapiedì» a qualcuno rientra nel diritto di critica, tanto più che l’espressione era da inserirsi in una «polemica politica aspra» tra avvocati che avevano cercato la «provocazione».
Piazza Cavour ha respinto il ricorso di Palma e ha ricordato che, anche se «è vero che la polemica politica ci ha abituati all’uso di termini che un tempo erano considerati inammissibili» per cui «la critica per essere efficace deve contenere espressioni forti ed anche suggestive ed iperboliche per richiamare l’attenzione dei destinatari della critica», è anche vero che non deve mai «trascendere nell’offensivo». Dare del «leccac...» a qualcuno, invece, avverte la Suprema Corte, è del tutto «offensivo» e «fuoriesce assolutamente dai canoni della continenza espressiva», scrive il relatore Gennaro Marasca che ricorda come «la critica può essere anche corrosiva e forte» ma «non può trascendere in gratuito attacco personale» come succede se ci si rivolge a qualcuno dandogli del ruffiano.