Gli dissero: "Non supererai i 20 anni"

Nel 1963 un medico disse a Piergiorgio Welby: "Non supererai i vent’anni". La malattia che gli era stata diagnosticata, distrofia muscolare progressiva, non prevedeva - né prevede tuttora - alcuna possibilità di guarigione. Welby cominciò a viaggiare in giro per l’Europa, tentando di dimenticare il pensiero assillante di un destino tristemente già segnato. Non morì però a vent’anni, ma la malattia fece il suo corso in modo inesorabile, minandolo nel fisico.

Negli anni Ottanta la salute di Welby fece registrare un ulteriore aggravamento. Tentò di liberarsi, una volta per tutte, dal tunnel della droga in cui era sprofondato. Vi riuscì grazie anche al metadone, ma da lì a poco non riuscì più a camminare. Dopo essersi sposato, fece un patto con sua moglie Mina: "Nel caso di una crisi respiratoria non voglio che chiami soccorso e mi faccia ricoverare. Non voglio accettare un atto chirurgico cruento che mi renderebbe schiavo di un ventilatore polmonare".

Nove anni fa, il 14 luglio 1997, un’insufficienza respiratoria, l’ultimo stadio della distrofia, fece andare in coma Welby. Mina non ce la fece però ad assecondare la richiesta del marito e, dopo averlo portato in ospedale, l’intervento dei medici lo tenne in vita attraverso la tracheostomizzazione. Da allora ogni respiro di Welby fu possibile solo grazie a un ventilatore polmonare. E non potendo più mangiare l’unico alimento possibile era quello artificiale (Pulmocare) e altri semiliquidi. Welby però non si perse d’animo e continuò a comunicare, pur avendo perso anche la parola, attraverso l’ausilio di un computer e un software particolare. Nel 2002 aprì sul forum del sito dei radicali una discussione intitolata "eutanasia", che ad oggi conta più di 17mila interventi.

Nel 2005 fu eletto co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Nel libro "Lasciatemi morire", da poco uscito in libreria, Welby alternò versi di poesia e codici di legge, cercando di spiegare le ragioni della sua battaglia, il diritto di porre fine alla propria esistenza per i malati terminali. In questa frase toccante il testamento che Welby ha voluto lasciare a tutti: "Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia. E vorrei morire all’alba insieme a loro".

La Chiesa ha sempre opposto il proprio rifiuto all’eutanasia. Subito, i cittadini, così come i politici, si sono divisi in due opposte fazioni, favorevoli e contrari. La triste storia di Welby ha fatto storia e oggi, dopo la morte del suo protagonista, continua a dividere le coscienze.