DISSIDENZA AL POTERE

Siamo pronti non dico ad accettare, ma a vedere tutto. Forse un giorno ci toccherà di elencare, in vista d'un conclave, i cardinali atei, e di registrare in vista d'una manifestazione no global dichiarazioni intelligenti di Luca Casarini. Non di rado la realtà batte la fantasia, e in questo esercizio il centrosinistra ha subito dimostrato - con il cosiddetto spacchettamento delle poltrone ministeriali - un fervore creativo difficilmente eguagliabile.
Ma adesso siamo all'orrido e al sublime insieme. Uomini che dovrebbero essere tra i pilastri dell'esecutivo sconfessano l'esecutivo stesso, ossia se stessi. Così brevettano la dissidenza al potere incorporata nel potere, celebrano l'autogol non come una disavventura - tale è considerato, banalmente, nel mondo del calcio - ma come una sottile e audace operazione politica. A dire il vero queste contorsioni sono abbastanza in voga tra i rivoluzionari assurti agli onori dell'establishment che non ammettono d'avere buttato alle ortiche la loro vocazione e, pur incassando prebende e privilegi, alzano la bandiera del «Che».
La vecchia, furba ideologia dei partiti di lotta e di governo è diventata una personale filosofia degli uomini «double face». Tra i quali merita una collocazione di spicco Paolo Ferrero, titolare - tra gli innumerevoli - d'un dicastero della solidarietà sociale. È fedele al governo sempre che il governo non decida - ad esempio in tema di pensioni - qualcosa che gli attirerebbe le critiche della base. In tal caso non solo ammetterebbe la protesta di piazza, ma alla protesta aderirebbe.
Mattane d'un estremista, potrebbe minimizzare Prodi, o chi per lui (magari osasse, Prodi o chi per lui, esprimere questa savia opinione in maniera chiara, invece di farfugliare nello sforzo immane di tenersi buona Rifondazione comunista).
Ma da tutt'altro versante prodiano, quello d'un ruspante ministro giustizialista che risponde al nome di Antonio Di Pietro, viene una presa di posizione se possibile ancor più sorprendente. Di Pietro e il suo partito, l'Italia dei valori, sono contrari al provvedimento d'indulto che è in discussione a Montecitorio. Non piace loro ciò che si vuole approvare. Non piace loro l'atteggiamento che il centrosinistra ha in proposito assunto. E allora cosa fa Di Pietro? Annuncia d'avere sospeso la sua attività di governo e di voler manifestare oggi davanti a Montecitorio. Ha scelto questa linea di condotta «non volendo provocare problemi nel governo». Parole di serafica ingenuità o di callida malizia. Come, un ministro - e non degli ultimi - si sbraccia contro il governo, e il governo dovrebbe far finta di niente, «no problem»?
Si obbietterà che di ministri, viceministri, sottosegretari Prodi ne ha a bizzeffe, e se anche uno di loro si mette a sbraitare davanti alla Camera, ne restano più di cento. Ma tanti italiani sono meno accomodanti di quanto Di Pietro e Ferrero immaginino, non è che attribuiscano a Prodi la caratura d'un De Gasperi, figuriamoci: ma l'idea dei ministri a tempo, che un po' lo sono e un po' non lo sono, che promuovono leggi ma poi le rinnegano, che vogliono un governo a dimensione variabile, che di bronzeo hanno non la solidità della coalizione ma alcune facce della medesima, non è che li entusiasmi. Lo sappiamo, le dimissioni provvisorie sono abbastanza in voga, e del resto anche re Baldovino buonanima abdicò temporaneamente per non firmare una legge che non gradiva. Ma certi gesti sono consentiti, con estrema parsimonia, in momenti solenni della storia, non nella piccola cronaca d'un governo. Ma c'è ancora, nella sostanza, un governo?