Un dissoluto Don Giovanni di periferia

Linguaggio aggressivo e toni crudi per un doppio cast di giovani voci Sul podio la bacchetta di Julia Jones

Barbara Catellani

Spudorato, impudente o meglio impudico, sfacciatamente provocatore; così appare il Don Giovanni che venerdì 21 ottobre troneggerà sul palco del Carlo Felice ad aprire con toni magniloquenti la nuova stagione lirica.
È lui il manovratore immobile e astuto di pedine che popolano un paesaggio che reca sì i tratti della nobiltà e della magnificenza, ma che mostra anche la desolazione e lo squallore che le corrodono: ed ecco un'oscura e sporca periferia, a tratti fatiscente, inquinata dal tempo e dall'inedia, che la regia di Davide Livermore e il linguaggio "aggressivo" di Santi Centineo non risparmiano affatto al pubblico, annientando senza pietà le buone maniere e mostrando una realtà cruda e disgustosa ma pericolosamente e misteriosamente viva e catalizzante.
Sfondo consono e pregnante metafora di un'anima dissoluta, destinata alla perdizione, ancor peggio all'autodistruzione, ma non per questo meno attraente, anzi di una forza inaudita e inarrestabile, incarnazione magnetica e ipnotizzante dell'Eros inteso come sublime archetipo che dirige su di sé le volontà e che inesorabilmente condanna chi lo possiede.
L'entità primigenia non è umana e inumano è Don Giovanni, prescelta vittima dell'ineluttabile, mostruosa figura in bilico tra il sublime e il ripugnante, tra il sovrannaturale e l'empietà. L'oscurità domina sovrana, nel buio i personaggi smarriscono se stessi, perdono i propri confini e inesorabilmente convergono verso un unico centro, assoluto, paralizzante, Lui, il grande burattinaio sadico e immoto, sovrano delle tenebre che lo celano agli occhi umani.
Don Giovanni è magmatico; condiziona le attitudini di chi lo circonda, gioca impietoso con le loro anime, tutto muove, tutto sembra decidere; lo fa grazie alla sua prorompente materialità, ma riesce a farlo anche da morto, perchè senza di lui gli altri personaggi sbiadiscono, perdono ancor più quel barlume di vitalità, di blanda consistenza che recano con sé, sprofondando nell'oblio e nel vacuo.
Sbigottisce la profondità cui giunge l'esplorazione dell'animo umano, violentato nelle sue più recondite ed insondabili sinuosità, un cammino arduo e sconvolgente che il genio del Da Ponte intraprende senza timore, anzi con ironica e quasi canzonatoria violenza e provocazione; una sfida che questo allestimento riprende e ripropone, con un linguaggio moderno e scioccante, si potrebbe dire visionario, capace di sottolineare le tematiche così fortemente attuali del libretto, il suo spirito rivoluzionario primordiale e di far emergere la forza espressiva dei personaggi che diventa quasi espressionistica e la loro valenza simbolica all'interno di un gioco pericoloso e inarrestabile.
Una regia che non lascia spazio quindi a "bon ton" e raffinate convenzioni e che non si rammarica affatto di mostrare botole e tombini come porte di accesso al mondo "inferiore", presente anzi in tutta la sua aberrante tangibilità. Una produzione innovativa, che si avvale di forze giovani ed emergenti, quali la coppia di artisti figurativi Botto e Bruno per i costumi e che riporta sulla pedana del direttore d'orchestra una sensibile ed ammirata Julia Jones, già applaudita interprete delle "Nozze" mozartiane in scena due anni fa sul palco del Carlo Felice.
La Jones dirige con estrema intelligenza ed entusiasmo un doppio cast di altissimo livello, voci giovani sulla strada di una brillante carriera: Erwin Schott e Pietro Spagnoli nel ruolo di Don Giovanni, Ilya Bannik e GudJon Oskarsson per il Commendatore, Svetla Vassileva e Mirtò Papatanasiu, due affascinanti Donna Anna, Francesco Meli e Blagoj Nacoski in Don Ottavio, Ildiko Komosi, Marcella Orsatti Talamanca e Francesca Pedaci per Donna Elvira, Nicola Uliveri, Vito Priante e Alex Esposito nei panni di Leporello, Marina Camparato e Elena Belfiore per Zerlina. Uno spettacolo con grandi ambizioni; farà parlare di sé, senza ombra di dubbio.