Distillatori di veleno

In un giorno particolare, anziché eventualmente esprimere gioia o gratitudine per i suoi avvocati Oreste Scalzone preferisce distillare veleno. Vedo infatti (il Giornale del 18 gennaio) che, dalla sua nuova condizione di ex rifugiato e di persona libera, non rinuncia alla campagna denigratoria contro chi (e in particolare nei miei confronti), a differenza sua, ha scontato decenni di galera a causa di una storia per lungo tratto comune.
Se non altro viene così indirettamente smentito chi afferma che in oltre un quarto di secolo Scalzone non sia mutato: in realtà, da rivoluzionario professionale qual era si è progressivamente trasformato in calunniatore di professione.
Ma al di là dei suoi ricorrenti insulti, sconcerta la cattiva memoria, o la malafede, di Scalzone quando traccia il confine tra movimento, le pratiche armate e l’omicidio politico, nell’eterno tentativo di dividere i «buoni» dai «cattivi», gli «innocenti» dai «colpevoli» e appunto i feritori dagli omicidi, rivendicando una sua distanza e differenza. Quando invece in quegli anni quelle pratiche erano strettamente intrecciate (basti ricordare i poliziotti uccisi a colpi d’arma da fuoco durante le manifestazioni del ’77) e non vi erano confini che non fossero quelli della valutazione politica contingente e dell’opportunità.
Se non documenti e discussioni dell’epoca, Scalzone dovrebbe almeno rammentare la citazione brechtiana che proprio lui a quei tempi più amava e proponeva di continuo: «Che cos’è un grimaldello di fronte a un titolo azionario, che cos’è la rapina di una banca di fronte alla fondazione di una banca, che cos’è l’omicidio di fronte al lavoro...».
Una logica sciagurata, che ha prodotto tragedie e che andrebbe semplicemente dichiarata tale, senza con questo necessariamente buttare il bambino con l’acqua sporca, vale a dire il positivo di quei movimenti e di quegli anni rispetto al negativo della organizzazione della lotta armata e della «insurrezione» o della «dittatura proletaria» (invocata in particolare da Potere operaio), che quei movimenti e quel positivo ha contribuito a soffocare. Ma Scalzone preferisce maramaldeggiare e continuare a proporre la lista dei buoni e dei cattivi: buoni e dignitosi sarebbero quei brigatisti che non hanno voluto usufruire degli istituti «premiali» della legge Gozzini (e anche su questo si dimostra tanto disinformato quanto prevenuto, giacché non vi è alcuno di loro che non usufruisca di tale legge; peraltro, e contraddittoriamente, sono quegli stessi benefici premiali che ora Scalzone rivendica per il suo amico Persichetti), mentre cattivi e venduti sarebbero i dissociati.
Nonostante tutto questo, sono sinceramente contento che le condanne di Scalzone siano andate in prescrizione. Mi auguro che lo siano presto anche quelle di tutti gli altri rifugiati, così come che un provvedimento di soluzione politica possa liberare quanti sono ancora in carcere in Italia dopo quasi trent’anni. Per quelle vicende sono già stati scontati complessivamente 50.000 anni di carcere. Una misura senza precedenti storici, che pur non consentendo di dimenticare il sangue e i lutti, dovrebbe poter consentire di voltare per davvero pagina. Permettendo non solo ai «generali» ma anche ai semplici «soldati» di tornare a casa. In ogni rivolta sconfitta degna di questo nome, i comandanti dovrebbero abbandonare la nave per ultimi. In quella nostrana è successo troppo spesso l’inverso.