Distruggono Milano ma «non sono pericolosi»

MilanoSale a dieci il bilancio degli arrestati per la guerriglia urbana di sabato scorso in via Padova, quando centinaia di nordafricani hanno dato l’assalto ad auto e a negozi per vendicare l’uccisione di un loro connazionale da parte di un sudamericano. Dalle ore immediatamente successive alla rivolta, carabinieri e polizia hanno iniziato a dare la caccia ai protagonisti degli atti di violenza, immortalati in decine di scatti dai fotografi presenti in via Padova. Ma ora che la ricerca è praticamente conclusa, si registra una importante diversità di valutazioni in seno alla magistratura sul trattamento da riservare agli arrestati. Con la Procura che usa il pugno duro, e il giudice preliminare che conferma gli arresti ma dice, in sostanza: questi ragazzi non sono pericolosi, non c’è nessun rischio concreto che tornino a compiere imprese come quella di sabato notte. Perché la rabbia venne scatenata da un episodio, la morte di uno di loro, assolutamente eccezionale.
A firmare i provvedimenti è il giudice Maria Grazia Domanico, sul cui tavolo stanno affluendo a ondate successive i provvedimenti di fermo nei confronti dei partecipanti alla rivolta: quattro catturati in flagrante la sera di sabato, gli altri rintracciati nei giorni successivi dal Nucleo informativo dei carabinieri e dalla Digos. Per tutti, l’accusa formulata dalla Procura della Repubblica è devastazione, pena da otto a quindici anni. È un’accusa pesante, raramente sostenuta nel corso di incidenti anche gravi avvenuti nel corso di manifestazioni a sfondo politico. In questo caso, evidentemente, la Procura ha ritenuto di trovarsi davanti a qualcosa di più grave di una semplice sequenza di episodi di vandalismo. Ed è scattata la serie di arresti per devastazione, disposti dal capo del pool antiterrorismo, il procuratore aggiunto Armando Spataro, e dal pubblico ministero Elio Ramondini. Oltre alla convalida dell’arresto, Spataro e Ramondini hanno chiesto al giudice preliminare l’ordine di custodia in carcere per tutti i fermati, sostenendo che ricorrono tutti e tre i requisiti previsti dal codice per negare la libertà provvisoria: pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato.
La dottoressa Domanico ha interrogato uno per uno tutti i fermati. Ha confermato il loro arresto, considerata l’evidenza delle prove a loro carico, e ha disposto che vengano rinchiusi in carcere. Ma ha spazzato via due dei tre elementi posti dalla Procura alla base della richiesta. Non c’è nessun pericolo che inquinino le prove, ha detto, visto che sono incastrati dalle fotografie. E, soprattutto, non c’è pericolo che tornino a commettere altri reati analoghi. Il giudice, ovviamente, non giustifica la reazione degli extracomunitari. Ma ritiene che vada vista alla luce della sequenze dei fatti di sabato pomeriggio: la morte del loro connazionale, il rifiuto della polizia di consegnare il corpo, la mancata collaborazione del consolato egiziano. È stata questa sequenza a innescare la rivolta. Come dice Francesco Saverio Capurso, difensore di alcuni degli arrestati: «Siamo di fronte a persone travolte dai fatti». Quindi, stabilisce il giudice, non pericolose.
Resta, a convincere il giudice della necessità di tenerli in carcere, il rischio che si diano alla fuga, che spariscono dalla circolazione: un timore rafforzato dal fatto che tutti i dieci arrestati sono privi di permesso di soggiorno, di una residenza ufficiale, di un lavoro dimostrabile. È d’altronde nel milieu di via Padova, nell’esercito di irregolari senza volto e con poco o nulla da perdere, che la rivolta di sabato ha trovato la sua manodopera. In prima fila, a ribaltare e a distruggere, c’erano i dieci arrestati che oggi vengono giudicati non pericolosi. E che in effetti, a chi ha assistito agli interrogatori, sono apparsi quasi increduli di trovarsi in carcere, e sinceramente terrorizzati dalla prospettiva della condanna che potrebbe attenderli. Piangono, si disperano. «L’unica cosa che posso dire è che sono emotivamente provati», dice Fhaima Ghali Armanus, l’avvocatessa di origine egiziana che difende diversi di loro.