DITA NEGLI OCCHI ALLA COERENZA

La politica estera non è un pezzo della politica dei governi, ormai. Sono i governi stessi che vanno a pezzi se non ce l'hanno forte e condivisa. Se non fosse per altro è così per il semplice fatto che buona parte dei problemi che i governi stessi affrontano riguardano proprio la politica estera. C'è anche un fatto di quantità. In questo settore, ma non è l'unico, la politica della coalizione di centrosinistra va in pezzi a scadenze quasi fisse, ogni pochi giorni.
È il caso di avant'ieri e ieri. Venerdì si è venuti a sapere che Romano Prodi, Piero Fassino, Francesco Rutelli e Massimo D'Alema, incontrando il presidente iracheno, Talabani, si sono impegnati a un ritiro delle truppe italiane (nel caso che l'Unione vada al governo) «graduale, programmato e concordato». Fausto Bertinotti, ieri, ci fa sapere che non se ne parla neanche. La decisione è presa. Prodi l'ha ripetuta durante le primarie. Il ritiro delle truppe dall'Irak, deve essere immediato. Decisione inequivocabile. Il «ritiro - ha detto Bertinotti - è in-di-scu-ti-bi-le». O Prodi fa lo Zapatero 2 o per lui saranno grane. E Bertinotti ha anche ricordato che non è solo. A parte i Verdi e i Comunisti italiani, dietro di lui ci sono i movimenti pacifisti, la galassia dei vari movimenti cattolici, il tavolo della pace. Insomma, tanti uomini e donne di buona volontà che, tra l'altro, votano. Ma solo se Prodi rimarrà chiaro sul punto e non farà altre marce indietro o, se si preferisce, in avanti. Dipende da dove si guarda il Professore: se dalla parte di dietro dove sta il blocco ideologico che lo sostiene, compresa la sinistra estrema che forse lo voterà; o dal davanti, dalla parte della storia che, comunque, procede.
Sempre Bertinotti ha liquidato la questione come una «formula di cortesia» nei confronti del presidente iracheno: «Che volete - ha detto - capisco che se incontri una personalità straniera non gli metti le dita negli occhi». Giusto. Che sensibilità, che tatto, che diplomazia. Peccato che poi, subito dopo, le dita negli occhi le ha messe Bertinotti stesso a D'Alema, Fassino, Rutelli e Prodi. Non esattamente quattro scagnozzi del centrosinistra, i suoi leader. E non su di una questione marginale, sull'atteggiamento da tenere nei confronti dell'Irak, della sua difficilissima stagione attuale che potrebbe portarlo gradualmente verso una democrazia compiuta o, nel caso che falliscano i tentativi in questo senso, farlo ripiombare nel caos più assoluto con grande soddisfazione dei terroristi fondamentalisti islamici.
La questione è, ovviamente, interna al centrosinistra nei suoi rapporti con chi è determinante e può farlo vincere, o perdere: la sinistra. La questione che ci riguarda è un'altra. Riguarda la credibilità di questa coalizione dove ci sono il D'Alema del governo che intervenne - giustamente - in Kosovo e il Bertinotti del ritiro immediato e che non volle votare la missione in Kosovo. Questa è la coalizione. Con Prodi che ne dovrebbe essere il capo e che, «per cortesia», si rimangia, con Talebani, quello che ha concordato con Bertinotti.
Da ora alle elezioni c'è ancora tanta strada da fare e magari si rimettono tutti d'accordo. Presentando, probabilmente, un programma che sul punto tace o dice tutto e il contrario di tutto. Ma se dovessero vincere, tutto ritornerebbe al punto in cui siamo ora. E questo, per tutti noi, sarebbe proprio un bel problema. Non vorremmo mai trovarci in quella situazione.
Per fortuna dicevano di Berlusconi rimproverandolo perché la politica estera - insegna Prodi - non si fa con le pacche sulle spalle. Dopo queste dita negli occhi da uno dei suoi chissà mai che non ci ripensi e non inizi a preferirle.