Il dittatore del Ruanda che piace all’Occidente

Nel maggio 1994 quando lo incontrai nei disastrati saloni dell’ «Hotel de milles collines» trasformato in ultimo rifugio per migliaia di tutsi, il manager Paul Rusesabagina mi chiese innanzitutto se avevo notizie dell’altro Paul, quello che di cognome faceva Kagame e avanzava dall’Uganda per liberare una Kigali trasformata in mattatoio dai massacratori hutu. Sedici anni dopo, il signor Rusesabagina vorrebbe soltanto vederlo partire. «Kagame ha fatto arrestare o eliminare tutti gli oppositori, la comunità internazionale dovrebbe comprendere – ripete a chiunque lo intervisti - che i suoi dollari alimentano una sinistra illusione; l’Occidente sponsorizza un Paese dove il governo tortura e uccide i propri cittadini». Nel frattempo l’unico ad aver tolto il disturbo è proprio il reale protagonista del film «Hotel Rwanda» costretto a trasferirsi negli Stati Uniti dopo aver criticato il regime di Paul Kagame.
Il 52enne indiscusso uomo forte del Ruanda trasformatosi in liberatore e presidente dopo una carriera da ufficiale dell’intelligence, si prepara invece a celebrare la rielezione conquistata alle presidenziali di ieri. Il nuovo scontato trionfo rischia di aver però un retrogusto amaro. Per la prima volta in 16 anni anche i suoi migliori alleati e amici occidentali - Stati Uniti e Inghilterra in primis - nutrono qualche dubbio su quel leader africano osannato da Bill Clinton e definito «grande visionario» da Tony Blair. A maggio, il Dipartimento di Stato americano che soltanto lo scorso anno ha garantito a Kagame aiuti per 184 milioni di dollari ha definito il Ruanda un «Paese disseminato di fatti preoccupanti». Le preoccupazioni non riguardano certo l’utilizzo degli aiuti. Da quel punto di vista il regno africano i Kagame è una sorta di fulgido esempio. Usando al meglio le sovvenzioni, il presidente ha trasformato un Paese distrutto nella quinta economia d’Africa. Intessendo rapporti personali con le grandi multinazionali, Kagame ha trasformato il Ruanda nel principale fornitore di caffè del gigante americano Starbucks. Un accordo con Goggle gli ha permesso invece di regalare l’accesso alla banda larga a tutti i propri cittadini. Grazie all’efficienza del suo regime-modello Kagame ha raddoppiato negli ultimi cinque anni un prodotto interno lordo ormai superiore a 5 miliardi di dollari e ha cancellato, caso unico in Africa, corruzione e delinquenza. A dar retta a Paul Rusesabagina e a organizzazioni per la difesa dei diritti umani come «Human Right Watch» quell’efficienza di facciata nasconde un regime del terrore pronto a eliminare o imprigionare chiunque critichi il presidente. Un Paese dove, a dar retta all’ex manager, un 15% di tutsi continua a mantenere un’assoluta egemonia a discapito della maggioranza hutu. «Il Ruanda – sostiene Rusesabagina - è una nazione governata e controllata da una piccola élite di tutsi vicini al presidente dove i pochi hutu con cariche di rilievo sono in verità privi di autorità».
A gettare altri dubbi sulla patente di legittimità e democraticità attribuita a Kagame contribuiscono alcuni misteriosi e brutali assassinii. Il 14 luglio, Andre Rwisereka, vicesegretario del Partito democratico verde, la principale formazione d’opposizione, è trovato praticamente decapitato. Soltanto un mese prima un misterioso commando assoldato - sostiene l’opposizione - dai servizi segreti di Kigali entra in azione in Sudafrica ferendo gravemente l’ex capo dell’esercito Faustin Kayumba Nyamwasa, fuggito dal Ruanda dopo uno scontro con Kagame. E soltanto cinque giorni dopo, un sicario elimina con cinque colpi alla testa il giornalista Jean Leonard Rugambage colpevole di aver descritto su un quotidiano dell’opposizione l’attentato messo a segno in Sudafrica. Impressionati da questo crescendo di minacce, terrore e intimidazioni i principali esponenti dell’opposizione avrebbero deciso di abbandonare la partita per la presidenza. E il compito di contrastare Kagame sarebbe rimasto nelle mani di tre oscuri concorrenti scelti, sostenevano ieri i suoi detrattori, tra le fila dei suoi più stretti collaboratori.