La dittatura degli Ortega colpisce un volontario italiano

VIOLENZA Dopo la vittoria elettorale dei sandinisti sempre meno libertà per gli oppositori

«Quella di Daniel Ortega in Nicaragua è una dittatura, con le mani sporche di sangue ed io sono uno dei perseguitati» dice Alberto Boschi. Al telefono da Somma Lombardo, in provincia di Varese, si definisce un «missionario laico», innamorato della povera gente del Nicaragua. Da dicembre non può rientrare nel paese centroamericano, perché lo attende un anno di galera. «Per porto d’arma illegale e altre falsità, io che non ne ho mai avuta una per principio» si difende Boschi, 56 anni.
La sua storia si intreccia con il potere sempre più autoritario di Ortega, l’ex leader rivoluzionario del Fronte sandinista, che finalmente è riuscito a farsi eleggere presidente nel 2006. Gli oppositori sostengono che c’è l’ha fatta grazie a brogli e accordi sotto banco con un risicato 38% dei voti. «Il potere è gestito come cosa loro da una cupola, guidata dalla moglie di Ortega, di cui fanno parte i figli, le loro fidanzate ed anche i nipoti. Il popolo presidente, come si fa chiamare, ha in realtà creato una vera e propria dinastia monarchica di tipo familiare», accusa Boschi. Il Washington Times di ieri ha dedicato al dissidente italiano ampio spazio in un articolo. Di sinistra, attratto dalla teologia della liberazione, il volontario lombardo molla un posto sicuro di assicuratore nel 1994 e si trasferisce in Nicaragua. Crea la scuola don Lorenzo Milani, alla periferia di Managua, per gli studenti più poveri. Nel 2006 ottiene la cittadinanza e si candida come sindaco di Ciudad Sandino a nord della capitale. Il partito è il Movimiento de renovación sandinista formato da ex compagni di Ortega, che lo accusano di essere diventato un nuovo Somoza, il dittatore cacciato con le armi dai sandinisti nel 1979. Con un cavillo il movimento, assieme ad altri gruppi di opposizione, vengono messi fuori legge. Boschi e altri cominciano a protestare pacificamente. Il regime arruola nei Comitati del popolo urbano gente di ogni risma, emarginati e criminali comuni. Li manda in piazza ad accanirsi contro chi dissente a colpi di spranga. Boschi è scomodo e viene incastrato «con un processo farsa che mi condanna a un anno, anche se non avevo fatto niente». Gli amici lo consigliano di tornare in Italia, perché «in galera mi avrebbero fatto fare una brutta fine». Con il Washington Times si è definito «il primo condannato per motivi politici». La vera anima nera del regime è Rosario Murillo, l’ambiziosa moglie del presidente. Lo segue ovunque non solo come first lady, a tal punto che la gente la chiama «copresidente». «È lei che organizza la teppaglia contro gli oppositori», denuncia Boschi. Ortega sul piano internazionale si affida ai vecchi amici cubani, al presidente iraniano Ahmadinejad, alla Mosca di Putin, e a Chavez, il capopopolo venezuelano. In patria non si fa mancare niente. L’aria condizionata all’aperto per sé e i suoi notabili in occasione dei festeggiamenti dell’anniversario della rivoluzione. Un jet da 170 posti per una trasferta fuori dal paese, mentre la maggioranza dei nicaraguensi non arriva ai 60 euro al mese. Chi dissente viene licenziato, come i 10mila impiegati pubblici non in linea. Va peggio a chi si schiera apertamente contro Ortega. Herty Lewites, ex sindaco di Managua, voleva sfidarlo alle presidenziali, ma è morto in circostanze mai chiarite pochi giorni prima del voto. Come nello Zimbabwe di Mugabe, l’uomo forte del Nicaragua si scaglia contro i giornalisti e le Ong. L’italiana Emergency, non certo serva degli Usa, ha cancellato di recente la costruzione di un ospedale di 4 milioni di euro. Il regime voleva prendere i soldi e fare da solo.