La dittatura delle regole

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il segretario dei Ds, Piero Fassino, che del sostegno al primo fa di necessità virtù, e immaginiamo quanto gli costi l'esercizio di questa, hanno garantito che il governo non ha intenzione di tornare al passato, cioè al controllo diretto dell'economia attraverso la proprietà pubblica. Ma allo stesso tempo hanno tracciato con precisione come la sinistra - che potremo chiamare post-sinistra - intende quando affronta il tema del rapporto tra politica e mercato. Entrambi hanno parlato di regole e di authority. I magistrali interventi di Giulio Tremonti e Gianfranco Fini, che hanno inchiodato il Prodi di ieri e di oggi alle sue contraddizioni e al suo metodo di governare, non hanno toccato questo aspetto che è invece fondamentale e strategico perché riguarda il futuro.
In poche parole: la vecchia sinistra intendeva controllare l'economia attraverso la proprietà pubblica; la nuova sinistra intende farlo in modo indiretto, ma non meno efficace, attraverso ciò che definisce in modo asettico «regole e authority», ma che in sostanza significa: attraverso l'informazione. E non a caso la vicenda intercettazioni, che apre spazio a nuove regole, si è incrociata con la vicenda Telecom.
La differenza tra il controllo diretto di un'azienda attraverso la proprietà e il controllo indiretto attraverso la conoscenza di ciò che un'azienda vuol fare è inesistente. Sono salve le forme, ma non la sostanza. E questo controllo indiretto si rafforza se può contare su un altro tipo di controllo, quello che le banche esercitano sulle imprese poiché è ormai assodato che, per le grandi imprese, i capitalisti sono senza capitali. Perciò l'economia viene chiusa in un triangolo che non lascia varchi, i cui vertici sono, appunto, le regole, le authority e le banche. Fini ha accennato al ruolo di queste ultime.
Le regole le detta lo Stato, cioè la maggioranza politica al potere; le Authority sono indipendenti sulla carta, ma gli uomini preposti al loro vertice sono di nomina politica, diretta o indiretta, e quindi rispondono alla maggioranza; quanto alle banche, sappiamo come siano stretti i legami con la politica e non è certo stata smentita che l'ultima grande fusione abbia avuto l'incoraggiamento dello stesso presidente del Consiglio.
Ne deriva che l'affermazione secondo la quale il governo non ha intenzione di statalizzare le imprese - quelle grandi - e che alcuni potrebbero interpretare come un atto di adesione all'economia di mercato, è svuotata da un progetto ben più sottile di sottomissione dell'economia, nei suoi comparti strategici, alla volontà politica, mentre per quanto riguarda la media e piccola impresa ci pensano Bersani e Visco ad organizzare una progressiva asfissia. Prodi ha redatto un vero e proprio atto d'accusa ai capitalisti italiani, che non avrebbero saputo approfittare delle privatizzazioni. Perché capitalisti senza capitali? Ma come si accumulano i capitali in un Paese dove il potere politico, per compiacere i sindacati, li assorbe attraverso il debito pubblico? Come si accumulano quando la tassazione sui profitti d'impresa sono elevatissimi? È stata la sinistra politico-sindacale al potere per decenni che ha messo a terra il capitalismo italiano con un obiettivo: eliminare i capitalisti e portare le grandi imprese sotto il nuovo controllo indiretto gestito dal triangolo di cui abbiamo parlato.
Dietro il comportamento tenuto ieri in Parlamento da Prodi, che Fini ha definito «infantile», c'è quindi un disegno duro e preciso. E non si potrà dire che Prodi e Fassino non abbiano parlato chiaro. Ciò a futura memoria.