La dittatura della lentocrazia

Il grande imbroglio nei risultati elettorali non è ciò di cui si parla in questi giorni, ma è nella dittatura insindacabile della lentocrazia. Sono le supposizioni, i sospetti e le accuse non dimostrate che uccidono lo Stato di diritto e corrodono la democrazia. Che legittimità ha un regime che non garantisce in tempi rapidi l'accertamento delle verità elettorali su cui si fonda la sua classe dirigente? L'imbroglio nel voto non sta nella mancanza dei controlli previsti, ma nei tempi e nei modi in cui vengono effettuati con esiti del tutto inutili.
Oggi si fa gran parlare del sospetto avanzato da Deaglio e Cremagnini secondo cui le schede bianche sarebbero state trasformate in voti per Forza Italia: ma la loro denuncia extraistituzionale può avere solo effetti scandalistici. Ieri era stato Berlusconi a sollevare dubbi sull'esito del voto ed a richiedere un riconteggio che però non si è mai fatto. Al Senato si trascina la questione dei seggi non attribuiti alla Rosa nel pugno aperta da una assai bizzarra interpretazione non formale della legge. Nei due rami del Parlamento giacciono decine di ricorsi di ogni genere; e in passato non si contano gli episodi di parlamentari con diritto all'elezione che sono subentrati a coloro che non ne avevano diritto solo al momento dello scioglimento delle Camere.
Questa la ragione per cui i controlli elettorali sono sempre stati una farsa: non per le procedure ultragarantiste seguite ma per i loro tempi di svolgimento. Come la giustizia civile e penale anche quella elettorale si trasforma nel suo opposto, l'ingiustizia, perché si compie «a babbo morto» quando non serve più. Il punto cruciale di tanto imbroglio sta nelle discutibili regole delle Giunte delle elezioni delle due Camere, organi perfettamente funzionanti senza che tuttavia riescano a dare risultati in tempi rapidi e certi.
Mi spiace dovere dire che il presidente Bertinotti dice una castroneria quando proclama che «La legittimità del voto è pienamente garantita escludendo che vi possano essere modifiche»: le quali, invece, sono possibili dopo il lavoro di uno dei più importanti organi della sua Camera. La procedura del controllo funziona così. I dati elettorali vanno dai seggi ai tribunali e attraverso gli uffici circoscrizionali all'ufficio centrale nazionale presso la Cassazione. Questi li invia alle Camere i cui uffici, prima della seduta iniziale, cercano di far quadrare i conti restando ai dati formali numerici. È la Giunta delle elezioni, prima in sede provvisoria, che proclama (provvisoriamente) gli eletti che partecipano alla seduta iniziale e poi, in composizione definitiva procede alla «verifica ordinaria». Solo in questa fase si valutano i ricorsi, si esaminano i verbali, eventualmente si ricontano le schede, a campione o nella totalità, fino a giungere alla «convalida definitiva» che quando vi sono inciampi avviene per lo più verso la fine della legislatura.
L'imbroglio attuale, come in passato, sta dunque nel fatto che, per ragioni di tempo, di energie ma soprattutto per quieto vivere, l'esito dei controlli e delle verifiche che legittimano definitivamente il voto non arriva mai. Che fare? Diversi potrebbero essere i rimedi: ripensare il cosiddetto «interna corporis» (previsto dall'art. 66 Cost.), concludere l'intera procedura del controllo nell'intervallo tra il voto e la convocazione delle Camere, departitizzare le operazioni di controllo... Ma l'unica vera riforma rivoluzionaria degna di uno Stato di diritto sarebbe sconfiggere la maledizione della lentocrazia che fa in modo che nessuno abbia mai ragione o torto.
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