La diva sensuale che rinunciò a tutto e non fu mai felice

Il mito ritorna in un musical e nelle canzoni via radio

Quanta nostalgia di Grace Kelly. In radio e su Internet furoreggia un motivo che porta il suo nome. Vanessa Incontrada interpreta Alta società, il musical di Cole Porter da cui fu tratto il suo ultimo film. A Montecarlo gli eredi stanno dando gli ultimi ritocchi a una mostra-retrospettiva che sarà inaugurata il 12 luglio. Frassinelli ha appena pubblicato una sua biografia, firmata da Robert Lacey (432 pagine, 19 euro) che in copertina si permette di mettere solo una sua fotografia in bianco e nero, senza titoli né altre indicazioni: basta la sua immagine a dire al lettore tutto quello di cui ha bisogno.
Cioè la storia di come si possa innalzare un mito fin dall'infanzia, quando a cinque anni, racconta Lacey, la piccola Grace Patrizia posava per i fotografi in compagnia del padre Jack, candidato alla poltrona di sindaco di Filadelfia per i democratici (elezioni perse per un pugno di voti). Jack Kelly si era fatto da sé, come in una pubblicità del sogno americano: umile muratore nato da emigrati irlandesi, mattone dopo mattone, in senso letterale, aveva fatto fortuna nell’edilizia, con tanto di sontuosa dimora sulle colline di Filadelfia, dove il 12 novembre 1929 sarebbe nata Grace.
Anche lei, come suo padre, si fece da sé: prima come attrice di teatro e di cinema - da un ruolo di pochi secondi in La 14esima ora (1951) all'Oscar per La ragazza di campagna (1954, una storia di abbrutimento da alcol interpretata da due veri amanti della bottiglia come Bing Crosby e William Holden) all'ultimo film, Alta società (1956) - poi come principessa e infine come mito.
Dal giorno delle sue nozze con Ranieri III di Monaco (altro abile promotore di una casata e di un principato non propriamente impeccabili), il 19 aprile 1956, Grace Kelly e la sua corte di biografi ufficiali, o semplicemente adoranti, si dedicarono infatti alla rievocazione del suo passato. Via quindi le sue storie con i partner hollywoodiani (Clark Gable, con cui aveva girato Mogambo nel 1953; Ray Milland, pronto, come William Holden, a lasciare la moglie per lei; il francese Jean-Pierre Aumont), con esponenti del jet-set dell'epoca (lo stilista russo Oleg Cassini) o con i personaggi che popolavano il suo mondo quando studiava da attrice a New York. Spazzata via anche ogni possibilità di un ritorno sullo schermo. Ranieri era stato chiaro fin dall'inizio: «Grace non reciterà più».
Come scrive Lacey «Aveva svolto in modo eccellente il suo ruolo di principessa. Era stata molto brava a sorridere, a costruirsi un'immagine di classe e dignità, non disgiunta da quella di umanità e interesse per i più deboli. Ma adesso sapeva che oltre non avrebbe potuto andare. Le mancavano l'intensità e l'entusiasmo, la tensione e la creatività, le sfide del successo. Nel 1956 Grace aveva rinunciato a tutto». Una rinuncia e un segreto che Grace avrebbe portato con sé fino all'incidente mortale del 13 settembre 1982.
Forse non è un caso che dei dodici film da lei girati dal 1951 al 1956 quelli memorabili, a parte Mezzogiorno di fuoco (1952), siano i tre interpretati sotto la regia di Alfred Hitchcock: Delitto perfetto e La finestra sul cortile (entrambi del 1954) e Caccia al ladro (1955). Con Hitch, il suo regista preferito, aveva tanto in comune: il cattolicesimo, le buone maniere vittoriane (sul set si rivolgevano l'un l'altra a base di «signor Hitchcock» e «signorina Kelly»), la sfrenatezza dietro una gelida maschera.
Per Hitchcock, Grace era «la principessa delle nevi», la bionda algida che «non ha bisogno di appendere al collo la propria sensualità come fosse un pendente», ma che doma James Stewart o Cary Grant con poche battute o un pugno di mosse piccanti, allusive, ma grazie alla sua classe mai volgari. Secondo Hitchcock era la nuova Ingrid Bergman, e dopo il suo addio al cinema per impalmare Ranieri («sono felice che si sia trovata un'ottima parte» commentò non senza ironia) avrebbe cercato vanamente di ricrearla in Kim Novak o nella martirizzata Tippi Hedren degli Uccelli e di Marnie.
Grace invece, più abile o più fortunata del suo pigmalione, riuscì a occultare delusioni e frustrazioni dietro la sua maschera di «principessa americana» fino alla fine.