Diventa fiction il sacrificio di don Pietro alle Ardeatine

Flavio Insinna: «Per me questo ruolo è come un regalo»

Paolo Scotti

da Roma

«Ho terminato la mia corsa. Ho combattuto la buona battaglia. Ho conservato la mia fede». Non suonano estranee in bocca a un povero prete misconosciuto, le parole che l’apostolo Paolo scrive alla vigilia della morte. Come non suonano estranee in bocca all’attore che, di quel prete, è chiamato a dare la sua interpretazione. Consapevole di affrontare il personaggio più alto e complesso d’una carriera di divo televisivo già popolare e amato, Flavio Insinna le pronuncia con tutta la forza della sua fede. «Questo ruolo è stato per me un vero regalo - confessa, emozionato - come cittadino e come cattolico. Così ci ho messo dentro tutto il meglio di me. Cercando di togliere tutto il peggio».
In La buona battaglia, infatti - ossia nelle due puntate in onda domenica e lunedì su Raiuno, alla vigilia della festa della Liberazione, per la regia di Gianfranco Albano - Insinna è don Pietro Pappagallo: un modesto sacerdote di origini pugliesi, che nella cupa Roma del 1944 semplicemente obbedì agli insegnamenti del suo Cristo, dando conforto, rifugio e salvezza a centinaia di perseguitati dagli occupanti nazisti. «Ebrei, cristiani, antifascisti, comunisti, perfino tedeschi: chiunque temesse per la propria vita», racconta, incredulo, lo stesso attore. Fino al giorno in cui, «come Giuda con Gesù», un borsaro nero da lui aiutato non lo tradì e non lo vendette ai torturatori di via Tasso.
«Da lì, il 24 marzo 1944, Pappagallo concluse la sua “buona battaglia” assieme ad altri 334 innocenti nell’orrore delle Fosse Ardeatine». E solo un anno più tardi Roberto Rossellini s’ispirerà proprio alla sua storia (nonché a quella di un altro prete-coraggio: don Pietro Morosini) per tratteggiare la figura del sacerdote martire di Roma città aperta, affidato a un memorabile Aldo Fabrizi.
I precedenti per un imbarazzante confronto - insomma - c’erano tutti. Del più ingombrante, però, Insinna si sbarazza subito: «Se questo fosse il remake di Guardie e ladri, temerei il paragone con Fabrizi. Ma qui si tratta di una storia vera, di un uomo vero... E che uomo! Il confronto vero è con don Pappagallo». A proposito del quale, l’attore dice, semplicemente: «Fu un combattente del bene senza imbracciare armi, però: con la sola forza dell’amore. E arrivando fino all’estremo sacrificio di sé». Particolarmente interessante, in questo senso, è lo snodo narrativo in cui il protagonista si rende conto che, per salvare alcuni, causa la morte di altri. «Ma i tedeschi sono figli di Dio come gli ebrei - si angoscia - e io devo amare questi come quelli». «Davanti a una simile, profonda crisi di coscienza La buona battaglia, volutamente non dà risposte - osserva il regista Albano -. Offre solo due modi diversi di affrontare il dilemma: quello di don Pappagallo, credente non violento, e quello di Gioacchino Gismondo, marxista e partigiano, amico del sacerdote e come lui trucidato alle Fosse Ardeatine». Quanto all’altro precedente, quello dei tanti film neorealisti dedicati all’argomento, «ci siamo resi conto che ogni generazione deve ricominciare a ricordare: cinquant’anni fa lo fecero De Sica e Rossellini; oggi - con l’aiuto di uno sceneggiatore storico come Furio Scarpelli - lo facciamo noi».
Il direttore di Raifiction Agostino Saccà, nega che la messa in onda di La buona battaglia sia slittata per motivi politici: «La data del 25 aprile ci è parsa perfetta fin dall’inizio. E poi questa è una storia che unisce gli italiani, non li divide».
Mentre Insinna, che ritiene improbabile una nuova serie di Don Matteo («anche giocando a poker devi capire quando arriva il momento di mollare») si prepara a girare assieme a Marina Massironi una sit-com sullo stile di Camera cafè, tutta ambientata in una cucina, e per ora intitolata Nudi e crudi. Ma intanto ha la testa «solo e soltanto per questo film. Che considero una tappa davvero importante della mia carriera».