Diventare scrittore sotto la pioggia

Eleonora Barbieri

Karl Ove Knausgard ha vent'anni e si trasferisce a Bergen. «Sapevo così poco, volevo così tanto, non riuscivo in niente». È lo studente più giovane dell'Accademia di scrittura, è sicuro che quello sia il futuro: diventare scrittore. Però non ci riesce. Il senso di inferiorità nei confronti degli altri è troppo forte, i suoi migliori amici sono un poeta mezzo genio e un giovane scrittore prodigio, lui invece, quattro anni dopo ancora niente: «Quando scrivo voglio che sia una questione di vita o di morte. Invece non lo è! È solo qualcosa con cui giochicchio». Giochicchia molto anche con l'alcol, Karl Ove, bello, timido, musone, taciturno, imbranato con le ragazze (ma poi si sbloccherà, come con la scrittura...): birra e vino a litri, fino all'alba, fino a stordirsi e a non sapere più che cosa abbia fatto. In una delle sue notti senza coscienza lancia un bicchiere in faccia al fratellone Yngve, spesso tenta di rubare biciclette, un'altra volta si ferma a dormire in una casa di riposo (lo arrestano).

La pioggia deve cadere (e a Bergen cade moltissimo, tanto da deformare i contorni della città, come ogni aspetto «normale» della vita di Karl Ove) è il quinto volume del Min Kamp, La mia lotta, l'autobiografia fiume e bestseller di Knausgard, alla quale manca ormai soltanto un capitolo, il sesto: e allora, dopo quasi tremila pagine, che cosa pensi di sapere di Karl Ove Knausgard, e che cosa di non sapere ancora? I particolari più imbarazzanti e vergognosi della vita quotidiana, compiti copiati, fidanzate tradite, il sollievo per la morte del padre ubriacone che gli ha rovinato la vita, la nonna stordita dalle medicine che picchia il nonno, l'invidia per l'amico più giovane che riesce a pubblicare, le presentazioni ridicole del primo libro, le frasi che gli scappano con i giornalisti e che poi lo fanno sentire un idiota, i tentativi di masturbarsi con un libro di nudi (rinascimentali), il fratello che gli ruba la fidanzata, la crisi con la moglie e con la scrittura, i racconti, le poesie e i romanzi falliti, la sensazione perenne di essere un wannabe, uno che finge, uno che vuole essere, ma non è. C'è tutto: vulnerabilità e tenerezza, come quelle che lui stesso sente di violare quando è ospite nelle case degli altri. La disperazione e anche il successo, alla fine.

C'è che Karl Ove Knausgard, nella sua lotta, e perfino nell'oblio, mantiene una sua razionalità: sa che resistere è già sopravvivere. Forse anche qualcosa di più.