La diversità degli ex Ds? Incassare soldi da Mosca

Bersani predica bene ma dimentica la storia del suo partito e i legami
con i sovietici. Gli strani affari: dalle valigie piene di dollari al
transito in Italia del tesoro del Pcus

Bersani, che è una persona perbene e che è stato anche un ottimo ministro dell’Industria, in una lettera al Corriere della Sera sviluppa la linea del candore assoluto per il suo partito, oggi Pd, ieri Ds, l’altro ieri Ulivo, poco prima Pds ma più che altro figlio legittimo e diretto del vecchio e a suo modo glorioso Pci. Un partito che, dai tempi di Greganti (l’amministratore del partito che andò in galera ma non volle parlare) e fino ai giorni di Penati è stato trovato spesso e volentieri, come si dice oggi, con le mani nella marmellata.

Qualcuno già dirà: ma basta con questi riferimenti al comunismo, parliamo di oggi. Sì, parliamone, ma sempre con un occhio nel buco della serratura della storia recente e un po’ meno recente. Bersani oggi effettivamente ne parla con civico e onorevole cipiglio e non trascura di accennare ai casi che riguardano il partito di cui oggi è segretario. Ma si sa com’è Bersani: è un «madro di famiglia», uno che si chiede sconsolato in che tempi viviamo, uno che si rivolge a quel tipo di essere umano che Alberto Arbasino ha creato sotto l’etichetta di «signora mia»: signora mia, quante brutte cose accadono, senza parlare delle mezze stagioni. Ora, per l’affetto e la stima che gli vogliamo, consiglieremmo a Bersani di avere finalmente coraggio e vuotare il sacco partendo dal fondo, e non soltanto ruspando in superficie.

Il passato mal digerito torna in gola come un bolo acido e dovrebbe valere il saggio detto per cui voltiamo sì, pagina, ma a condizione, prima, di averla letta accuratamente tutta. Poi la giriamo che partiamo freschi come fragoline di bosco. Ma oggi nessuno è fragolina di bosco, come sinceramente spererebbe Bersani, e quanto a corruzione, concussione, arricchimenti illeciti, mani nella marmellata ce n’è per tutti e con l’aggravante - è la nostra temeraria opinione - per cui «rubare per il partito» è molto peggio che rubare per le proprie tasche perché chi «ruba per il partito» altera le regole e il gioco stesso della democrazia.

Bisognerebbe in effetti voltare pagina ma in modo onesto, quando si tratta di affrontare, e risolvere, il problema incancrenito della corruzione legata alla politica e della politica legata a filo doppio con la corruzione, senza ricorrere, come fa Bersani, a espedienti retorici come dirsi sempre e comunque fiduciosi dell’equa magistratura, facendo l’apologia del «passo indietro».
Da cronista me ne sono occupato per anni di corruzione e concussione e mani nella marmellata: fu a me che un ministro democristiano legato ad Andreotti, Franco Evangelisti, confessò candidamente il sistema di finanziamento illecito e di scambio di favori fra partiti e imprenditori. Era lui che andava nelle sedi di tutti i partiti, Pci e Dc per primi, a chiedere, il libretto degli assegni alla mano, «A Fra’, che te serve?». E non si trattava di un caso isolato e remoto: la tecnica e il costume duravano allora e durano tutt’ora nel tempo. E Bersani, di cui l’inquisito Penati era nientemeno che il consigliere politico personale, avanza banalissime e non dettagliate proposte (codice etico? quale?) che a noi sembrano tanto oneste quanto mutilate perché in esse manca qualsiasi riferimento non soltanto storico, ma di cronaca recente, contestuale, salvo l’incipit in cui dichiara di non rivendicare, bontà sua, una diversità genetica del suo partito, ma una diversità politica.

La maggior parte dei lettori probabilmente non comprenderà il significato storico ed etico di questa rinuncia alla «diversità genetica». Di che si tratta? Bersani con queste parole prende le distanze da Enrico Berlinguer e dalla sua crociata per la «questione morale» (stiamo parlando degli anni Ottanta) che fu lanciata proprio all’insegna della «diversità genetica» dei comunisti ai quali fu indicata come esempio di moralità la santa cattolica Maria Goretti. Berlinguer non era pazzo: per lui questa era la via, l’unica, per sganciare il Pci dall’abbraccio stritolante dell’Unione Sovietica e aprirsi un varco «di tipo nuovo» nella società italiana lanciando appunto una «questione morale» che non era di ieri, non è solo di oggi e che viene dalle radici stesse della democrazia italiana, senza per questo omettere la pagina della corruzione in era fascista, quando si parlava di «greppie» e di gerarchi arricchiti. La questione morale, nella strategia di autonomia dall’Urss di Berlinguer, si reggeva proprio sull’invenzione alquanto razzista di una «diversità genetica» dei comunisti, ariani del bene, dalla marmaglia meticcia delle altre origini politiche, socialisti in prima fila. È dunque da quella operazione eroica e sciagurata di Berlinguer che oggi Bersani prende le distanze invocando, al posto di quella genetica, il surrogato della «diversità politica» che sta alla prima come le uova di lompo stanno al caviale. Che appare tanto limpida quanto retorica e in definitiva banale: è ovvio che ogni partito rivendichi la propria diversità e la marchi, ci mancherebbe.

Ma dicevamo che c’è qualcosa che manca e abbiamo fatto cenno soltanto allo sforzo, persino eroico e suicida di Enrico Berlinguer che tentò vanamente di tagliare il cordone ombelicale anche economico che legava Botteghe Oscure con la stanza del compagno Ponomariov al Cremlino, dove Gianni Cervetti (è lui che lo racconta) andava almeno ogni anno ad incassare una valigia di dollari che poi Cossiga (è lui ad avermelo raccontato) si preoccupava di far cambiare Oltretevere nella banca dello Ior, sotto l’occhio attento ma non ostile della Cia alla quale importava soltanto che i dollari non fossero falsi.

Archeologia? E che dire allora del capitolo nerissimo ed oscurato, appena venti anni fa, del transito in Italia del tesoro del Pcus e del Kgb, denunciato dall’ambasciatore Adamishin a Cossiga presidente della Repubblica, caso per cui e su cui fu messo ad indagare Giovanni Falcone che probabilmente, con il suo carattere, andò troppo oltre nell’inchiesta? La lettera odierna di Bersani è onesta, o gentile, è piacevole alla lettura come lo è il «Libro Cuore» di De Amicis, ma la politica non è la storia della piccola vedetta lombarda ma semmai quella di Franti che fa rima con tutti i briganti della politica e dell’area circostante.

Il fatto è che non si può oggi presentarsi soltanto e sempre come il buono di turno che con parole mielate si propone nelle vesti di cerusico di fronte al male che dilaga, perché rischia di sentirsi dire: medico, cura te stesso prima di insegnare agli altri qual è la medicina giusta da prendere. E ci sembra che il Pd, non essendo nato ieri ma molti decenni fa, sia pure nascosto da una selva di sigle, prima di somministrare ricette dovrebbe dimostrare di essere sano. E Bersani stesso ammette nella sua lettera che così non è. Ed è questo il punto.