Divier Nelli: «Le scuole di scrittura creano illusi»

Divier Nelli è nato nel 1974 a Viareggio. Collabora con quotidiani ed emittenti televisive private, occupandosi di cultura e cronaca nera. Suoi racconti sono apparsi su riviste e antologie. Ha scritto due gialli con protagonista il maresciallo dei carabinieri Di Martino, La contessa e Falso binario (Passigli Editore).
La prima volta che ha scritto, ricorda cosa l’ha spinta a farlo?
«Mi sono posto spesso la domanda, senza trovare una risposta soddisfacente. Credo, a ogni modo, che a spingermi sia stato l’istinto. Ho sempre letto moltissimo, non solo thriller, e il passaggio da lettore ad aspirante scrittore è stato quasi involontario. Una specie di reazione fisiologica».
Quando ha appena finito un romanzo, di che umore si sente?
«Liberato. Svuotato. In pace con me stesso».
Se l’unica stesura del suo ultimo romanzo andasse a fuoco, sarebbe capace di riscriverlo?
«Domanda perfida. Credo di sì. Non riuscirei semmai a riprodurre una copia perfetta. Ma sono convinto che i passaggi della storia e la scrittura si avvicinerebbero molto all’originale. Spero di non sperimentare mai un fatto del genere. Non lo augurerei al peggior nemico».
In letteratura, che ruolo deve avere secondo lei la parola?
«Penso che parola e storia si completino a vicenda. Una storia narrata con parole piatte e grigie non sarebbe efficace, non avvincerebbe il lettore. Stesso effetto sortirebbe uno scritto formato da parole che brillano di luce propria, ma completamente sprovvisto di una storia».
Quali sono gli aspetti più noiosi della sua vita di scrittore?
«Cercare un editore, perché è molto difficile trovarlo. Poi, le revisioni. Dover rileggere quel che si è scritto. Non a caso, ci sono stati e ci sono autori famosi che detestano farlo».
A che cosa serve la letteratura?
«Sarà una risposta retorica, ma serve a farci uscire dall’ignoranza e dall’assenza di fantasia».
Servono a qualcosa le scuole di scrittura creativa?
«No e sì, se già si hanno delle qualità come scrittori. In tal caso, possono fornire metodi e tecniche per migliorare e lavorare meglio. Purtroppo, molti ritengono che queste scuole siano in grado di dare una sorta di ricetta di cucina in base alla quale, mescolati determinati ingredienti, si riesce a sfornare sempre qualcosa di leggibile. Il che è falso».
Le succede mai di pensare che tutto ciò che ha scritto è solo un ammasso di robaccia senza senso?
«Mi succede tutte le volte. Mi preoccuperei molto se non accadesse. Il giorno in cui mi convincerò di aver scritto qualcosa di veramente eccellente, sarà anche quello in cui avrò ultimato il mio peggior lavoro».
Quali sono i luoghi comuni più pericolosi in cui si può cadere scrivendo un romanzo?
«Se li conoscessi li eviterei e riuscirei ad elencarli».
Ci sono parole che con il passare dei secoli si sono «riempite» di significati diversi. Qual è ad esempio la definizione che scriverebbe nel suo personale dizionario alla voce «cultura»?
«Non mi farebbero scrivere il dizionario, perché alla parola “cultura” scriverei almeno due terzi dell’opera completa».

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