Divieto di solidarietà

La reazione della sinistra alla solidarietà di Berlusconi nei confronti di Romano Prodi non è solo una dimostrazione di inciviltà politica e di meschinità umana. È la confessione di una debolezza, di un disorientamento, di un’impotenza che, per mascherarsi, sostituiscono l’insulto alla dialettica delle idee e ai toni del tanto invocato dialogo. Berlusconi esprime la sua vicinanza a Prodi nel momento in cui un’intercettazione telefonica lo chiama in causa, dall’opposizione arriva non un segno di gratitudine o almeno di cortesia, ma una caterva di ripulse di insinuazioni, di provocazioni volgari, alle quali ha dato il la, spiace dirlo, proprio Prodi.
Sottolineo solo brevemente - per non sembrare corporativo - quell’aspetto della polemica che investe Panorama e il Giornale in quanto considerati, direttamente o indirettamente, di proprietà del Cavaliere. Sapete qual è il consiglio che questi democratici a 24 carati, questi apostoli strenui della libertà di stampa danno a Berlusconi? Se proprio voleva intervenire, affermano, che lo facesse non nella sua veste istituzionale ma come «padrone»: censurando fogli che sono sotto il suo controllo. Questo appello al bavaglio viene anche dall’«aperto» Veltroni, in trasferta negli Stati Uniti.
L’episodio la dice lunga sulla sincerità di alcuni sacerdoti del pluralismo. All’occorrenza scoprono che in fin dei conti il Minculpop aveva i suoi pregi. Ma passiamo al nodo della questione.
Per la citazione delle offese c’è larga scelta. Darei la precedenza, perché se la merita, a tale Franco Monaco secondo il quale «Prodi non ha niente da temere perché è una persona per bene». S’intende diversamente da Berlusconi. È con questo approccio, ossia con la delegittimazione e il discredito del Presidente del consiglio, che si esige un ruolo nell’elaborazione delle riforme. Cogliamo ancora qualcosa in questo letame. Per Mussi «la solidarietà di Berlusconi è pelosa», per Sgobio «le sue sono lacrime di coccodrillo», per Tenaglia Berlusconi «gioca sporco». Notevole per lucidità la tesi di Rosy Bindi secondo cui il premier «tenta di farci apparire come loro». Riesce difficile capire perché mai dovrebbe stargli tanto a cuore la sconfitta. Infine Di Pietro, poteva mancare? Il fine politologo ritiene che Prodi abbia dimostrato la sua genialità «non cadendo nella trappola».
Roba da avanspettacolo di fine agosto. Ma quale trappola? Berlusconi ha sempre manifestato il suo proposito di limitare le intercettazioni. L’ha fatto quando colpivano gli amici, l’ha fatto quando colpivano i nemici. Prodi è incappato in una intercettazione e il Cavaliere, in coerenza coll’opinione sempre sostenuta, gli è stato affianco. Per tutta risposta anatemi e improperi. Ma ci rendiamo conto. Per certi soggetti la coerenza è una trappola.
Mario Cervi