Divieto su divieto diventiamo schiavi

Dalla norma che obbliga a portare il casco in bicicletta a quelle sul
lavoro, il legislatore definisce se e come possiamo disporre di noi e
dei nostri beni

Avanza a tappe forzate, si prende cura di noi, entra sempre più nella nostra vita: è l’ultima incarnazione del Moloch statale, mostruosa creatura che produce incessantemente leggi, pandette e regolamenti con i quali, giorno dopo giorno, pretende di proteggerci da noi stessi e - nei fatti - assottiglia sempre più le nostre libertà. Muoversi in bicicletta è un’esperienza che dà sensazioni uniche. Ma oggi anche la vecchia zia settantenne per fare i duecento metri che la separano dall’abitazione dell’amica dovrà indossare un fastidioso caschetto «a norma» (il burocratese ammazza pure la lingua, è risaputo). Naturalmente lascerà perdere e rinuncerà alla passeggiata: si limiterà a un colpo di telefono.
Avendo perso di vista il senso di quello che dovrebbe essere il diritto, ormai il legislatore colpisce comportamenti per nulla aggressivi e minacciosi. Stanco di limitarsi a salvaguardare i diritti, ha pensato bene di farsi gestore in prima persona della nostra vita: impadronendosi di tutto e di tutti. Anche se a prima vista pochi sembrano avvertirlo, quel ceto politico che mette fuori legge il grasso di Colonnata, proibisce le coltivazioni di mais Ogm e obbliga a utilizzare le cinture di sicurezza incarna un potere che va disintegrando l’idea stessa di proprietà. Se a casa nostra non siamo liberi di fare quello che vogliamo e se le proibizioni non si limitano a impedirci di offendere gli altri, questo significa che altri soggetti, i politici, posseggono i nostri beni in un senso ben più forte. Qualche giorno fa mi trovavo in una parafarmacia e mi chiedevo cosa ci sarebbe stato di criminale se quella persona di fronte a me, con tanto di laurea e iscrizione all’ordine, mi avesse dato un medicinale «non da banco». Perché il principale alleato del Leviatano che moltiplica le regole sono le corporazioni in cerca di rendite parassitarie. D’altra parte, l’ipertrofia normativa è figlia di quella logica socialista secondo la quale non esistono leggi perché siamo proprietari (e quindi dobbiamo essere tutelati nei nostri diritti), ma al contrario siamo proprietari solo grazie alla legge. È la volontà del politico che definisce «se» e «come» possiamo disporre di noi e dei nostri beni. Le conseguenze che ne derivano sono molte.
L’economia italiana soffre infatti per varie ragioni e certamente anche a causa di una fiscalità abnorme. Ma non meno gravoso è l’onere rappresentato dalla miriade di leggi che lo Stato produce: obbligandoci a usare l’italiano anche se i nostri clienti conoscono solo l’arabo, imponendoci di dimostrare che non siamo mafiosi anche se in Sicilia ci siamo stati una sola volta (e in vacanza), obbligando ogni cittadino a tortuosi percorsi tra uffici e burocrazie che spesso ricavano la loro ragion d’essere dal modo in cui ostacolano la nostra vita. Non vi è artigiano o commerciante che non avverta una qualche ansia sentendo evocare un numero: il 626. Sedici anni fa, infatti, con un decreto legislativo teso a regolamentare la sicurezza nei luoghi di lavoro si è dichiarato guerra a chi intraprende. Gli incidenti sul lavoro, ovviamente, fanno orrore a tutti. Ma è ormai evidente che le imprese italiane hanno gettato somme rilevanti per ottemperare obblighi per lo più insulsi: risorse sottratte a quella crescita economica e tecnologica che, nel medio e lungo periodo, è la vera garanzia di avere ambienti di lavoro più salubri. Conosco un albergatore senese che sta facendo tutto il possibile, nonostante la crisi, per valorizzare la propria attività e restare sul mercato: migliorando la qualità delle camere e dei servizi offerti. La sua, però, è una lotta impari contro una burocrazia sorda a tutto, ma figlia di quel profluvio di regole che ingessano la nostra vita.
Ogni anno i presidenti dei due rami del Parlamento tracciano un bilancio della loro attività, inorgogliendosi per la «produttività» dei legislatori. Si fanno belli per la quantità di nuove leggi che hanno prodotto, senza capire che è dell’opposto che si ha bisogno. Parlino un po’ con chi lavora e interpellino chi è costretto a rivolgersi ai notai o altre categorie protette. Il lavoro da fare per disboscare il sistema normativo è immenso: si tratta solo di stabilire dove si vuole iniziare.