Divisi, Franceschini e Di Pietro: vita da separati in casa

Frattura fra i due: a Bologna per Del Bono sono riusciti a evitarsi. Il leader Pd: "Tonino come Berlusconi". Anche D'Alema contro il Pd: "Irresponsabili rassegnati alla sconfitta"

Roma Stretto tra Tonino Di Pietro che lo provoca da un lato e Massimo D’Alema che lo strattona dall’altro, il leader del Pd gira come una trottola per l’Italia in campagna elettorale, e cerca di non perdere il sangue freddo.
Sa bene, Dario Franceschini, che la bordata dalemiana, arrivata alla vigilia del ponte di Primo maggio con una raffica di interviste, non promette nulla di buono per il prossimo futuro del Pd: l’ex ministro degli Esteri ha evocato il congresso di ottobre, chiesto un chiarimento politico e strategico (a cominciare dalla politica di alleanze) e spiegato che si ritiene in campo e che vuole occuparsi del futuro del partito e di «strutturarne la leadership». Ha avallato la linea del «sì» al referendum («è stata condivisa da tutti in direzione», ha sottolineato ieri Franceschini, sorvolando sull’opposizione di Rutelli o Latorre). Ma, soprattutto, D’Alema ha messo drasticamente in discussione il rapporto con Di Pietro e la sua Italia dei valori: «Vuole distruggere Franceschini, e io insorgo come militante a difesa del segretario. Spero gli faccia piacere», ha spiegato l’ex ministro degli Esteri. Franceschini non ha lasciato trapelare il proprio piacere, limitandosi a ricordare che le alleanze politiche si discuteranno solo nel lontano 2012. Ma non deve essere stato un piacere travolgente, visto il momento delicato: in mezza Italia si vota per le amministrative; e il Pd ha bisogno come il pane di stringere intese nei comuni e nelle provincie e di assicurarsi il sostegno dell’ex pm, che in molti luoghi lo sta facendo penare. Ieri Franco Marini ha sottolineato il problema: certo l’intesa con Di Pietro «così non può durare», visto che la sua campagna è tutta mirata a «distruggere il Pd». Ma «malgrado le contraddizioni inaccettabili dell’Italia dei valori, non si può rompere il filo di chi ancora sta cercando di fare alleanze per le amministrative».
Insomma, non è il momento di aprire un scontro dichiarato con Tonino. Tant’è che ieri lui e Franceschini, entrambi a Bologna per sostenere il candidato sindaco prodiano Del Bono, hanno accuratamente evitato di incrociarsi e si sono limitati a uno scambio di punzecchiature a distanza. Franceschini ha equiparato il capo di Idv a Berlusconi: «Ha fatto la sua stessa scelta e mi dispiace: si è candidato alle Europee sapendo che il giorno dopo dovrà dimettersi. Una scelta incomprensibile». Ma ha evitato attacchi diretti, sottolineando che non c’è alcuna alleanza da rivedere: «Siamo insieme all’opposizione, ed è bene che facciamo opposizione a questo governo anziché concorrenza tra noi». Mentre Di Pietro ha continuato a provocare: «Invece di preoccuparsi del consenso che perde il Pd, si preoccupano di quello che guadagniamo noi: un comportamento da irresponsabili rassegnàti alla sconfitta». E la sua fida Silvana Mura ha aizzato il pubblico del comizio dipietrista: «Da noi c’è il pienone, alla manifestazione di Franceschini c’è un quarto della gente che c’è qui!», ha esagerato.
A Franceschini tocca tenere botta, sia con Di Pietro che con i nemici interni, che in piena campagna elettorale continuano ad alimentare quella che Enrico Letta definisce «la guerra per bande contro il segretario». E sperare in un risultato europeo e amministrativo non troppo penalizzante per il Pd e che permetta a lui di resistere all’attacco che - come lasciano prevedere le esternazioni di D’Alema e l’insofferenza mostrata da buona parte dell’anima post Ds del Pd - si potrebbe scatenare dopo il voto.