«Il Divo racconta la natura occulta del potere»

da Cannes

A sovranità limitata dal 1943, l’Italia è dal 1989 a sovranità più limitata. È il contesto degli Arcana Imperii che sono il tessuto del Divo di Paolo Sorrentino (nelle sale da venerdì prossimo), vita tempestosa di Giulio Andreotti negli anni Novanta, fra un processo e l’altro dai quali è uscito in ultimo grado sempre assolto.
Il Divo è il quarto film di Sorrentino e il terzo in concorso al Festival di Cannes. Ma soprattutto è il primo applaudito da una stampa il cui attributo di internazionale spesso non fa rima con originale. In più c’è il non-detto: il cinema di Sorrentino piace al delegato generale del Festival, Thierry Frémaux, perciò non piace ai detrattori francesi di quest’ultimo e a certi loro tributari italiani!
Ora pare finita anche questa «incomprensione». Ci sarà comprensione della giuria di Sean Penn per i segreti, resi in modo grottesco, dell’Italia anni Novanta?
Un film è spettacolo. Il Divo è più spettacolare di Gomorra di Matteo Garrone, perché braccianti con la pistola avvincono tanto poco quanto braccianti della vanga, mentre Andreotti invece è un pezzo di storia patria. Con Pio XII, De Gasperi, Nenni e Togliatti, è stato fra i baluardi dell’Italia che aveva perso la guerra; grazie a loro l’Italia ha vinto la pace. E Il Divo lo riconosce, sebbene antipatizzi per la Dc. Non solo. Esteticamente il film è molto avanti rispetto alla media nazionale: per qualità delle immagini di Luca Bigazzi; per fluidità del montaggio di Cristiano Travaglioli: per inventiva nella sceneggiatura dello stesso Sorrentino; per dignità di Anna Bonaiuto nel ruolo di Livia, moglie di Giulio. Il Divo ha un difetto? Toni Servillo imita meno Andreotti e più Oreste Lionello quando imitava Andreotti.
Signor Sorrentino, fra oltre sei decenni di Andreotti politico, perché ha scelto proprio gli anni Novanta?
«Perché questo periodo importante è oggi rimosso. Andreotti mi consentiva di evocarne vari passaggi drammatici ed essenziali».
Ma prima Andreotti è stato ben più protagonista.
«Ciò che accadeva fino al 1989 veniva giustificato con la ragion di Stato della Guerra fredda. Dopo, la natura occulta del potere non s’è più minimamente giustificata, invece s’è accentuata».
Il Divo lo ricorda: Andreotti riceveva trecentomila preferenze. Contro i trentamila spettatori che vedono un film italiano medio...
«Andreotti è stato a lungo popolarissimo, poi ha temuto il declino. È stato fra i leader più importanti: ha fatto lui, a lungo, la politica verso gli arabi...».
... Prosegua.
«È sopravissuto alla tempesta. Dal suo voto è dipeso il governo Prodi, quindi è rimasto determinante anche dopo i tanti processi».
Nel film si vedono i sette Telegatti che Andreotti ha vinto, unico fra i politici.
«Potrei dire che Andreotti è vanitoso. Ma credo soprattutto che badi a non farsi dimenticare: giudica l’anonimato una minaccia».
Non ha torto. Perciò, ricordandolo, anche Il Divo finirà allora col piacergli. I film biografici si fanno solo su chi conta...
«Di Andreotti ho saputo solo delle prime reazioni infastidite quando ha visto il film. Si è parlato anche di una richiesta di tagli, ma non è venuta da lui».
Il Divo è cattivo anche con gli antagonisti di Andreotti. Si veda il personaggio di Giancarlo Caselli che si spruzza la lacca!
«È così. Non ho voluto fare un film a tesi e nemmeno cronachistico. Partendo dalla realtà, mi sono divertito a inventare».
Lei ha inventato - ma qui Andreotti ha apprezzato - anche la scena di tenerezza con la moglie davanti alla tv, ascoltando Renato Zero.
«Sì. Qui mi sono concesso un anacronismo: la canzone è posteriore all’epoca dei fatti, ma le sue parole erano perfette per la situazione».
Lei fa dire a Servillo/Andreotti molte frasi realmente di Andreotti. Ma una...
«... L’ho inventata: quando proclama di essere forte, mentre Moro era debole».
Perché l’ha inventata?
«Perché mi pareva verosimile».
Si stupisce che Raicinema e Medusa non abbiano prodotto il film?
«No. Per logiche commerciali il soggetto è considerato scomodo, se non pericoloso».