«Il divorzio? Magari. Ma lo diranno le europee»

RomaNon ci crede. Non ci spera nemmeno, dice, «perché se avviene una cosa del genere significa che c’è stato un cataclisma». Però, sotto sotto, Cesare Salvi, ex capogruppo della Quercia al Senato e fondatore della Sinistra democratica...
Presidente, la nostalgia per i Ds dilaga. Come lo vede un divorzio tra ex Pci ed ex Dc?
«E lo chiede proprio a me? Magari! È una cosa auspicabile però altamente improbabile».
Eppure ci sono diversi segnali. Le parole di D’Alema sul Pd che non decolla, Sposetti che riorganizza le fondazioni con il vecchio marchio, i Ds che continuano ad esistere e che hanno addirittura un segretario, Piero Fassino, che ha firmato la carta del Pse...
«È vero, bisognerebbe chiedersi del perché della sopravvivenza delle vecchie strutture quando ce n’è una nuova. Il fatto è che nessuno dei nodi è stato sciolto, dal collegamento europeo al patrimonio alla questione socialista. E il Pd non riesce a radicarsi. Anzi, come dimostra Napoli, perde autorevolezza e non riesce nemmeno a imporre la linea a livello locale. Cacciano Villari, poi in periferia ognuno fa quello che gli pare».
E la rabbia cresce.
«Non voglio fare come Ugo La Malfa, però sta accadendo tutto quello che avevo previsto e che mi ha portato a non partecipare. L’esito di questa fusione era chiaro in partenza. Vedo che D’Alema, secondo me giustamente, parla di alleanze con l’Udc. Ma io dico, se la sinistra ha bisogno di allearsi con il centro, perché fondersi con un pezzo di quel centro? Non sanno che uniti si raccolgono meno voti?».
Qual è allora la soluzione? Una separazione?
«Eh, magari. Bisognava pensarci prima, ora mi pare difficile rimettere indietro l’orologio. Sono stati fatti dei passi, messi in moto dei processi...».
Sì, ma se alle Europee il Pd subirà un altro tracollo?
«Ecco. Ovviamente spero che i sondaggisti sbaglino e che in primavera il Pd tenga, altrimenti sarebbe un disastro per tutti: già c’è la sinistra alternativa fuori del Parlamento, ci mancherebbe solo una sconfitta di quella di governo. Però, se dovesse avvenire, la sinistra imploderebbe e può accadere di tutto e di più».
Cosa c’è di sbagliato nel progetto di Veltroni?
«Innanzitutto la perdita di contatto. Capisco l’idea del partito leggero, ma questo è troppo evanescente. Vuole il rinnovamento a Napoli ma non riesce a ottenerlo. Vuole seguire una linea ma gli alleati che si è scelto glielo impediscono».
Un problema di leadership? Veltroni è troppo debole?
«Se fosse solo questo, basterebbe sostituirlo. No, qui la leadership non c’entra, la questione è strutturale, sistemica. Un partito nato con delle (false) primarie, che punta sulla gente e la partecipazione, e che poi in realtà è verticistico. Che ruolo hanno avuto le strutture locali del Pd nel caso Napoli, quale è stato il livello di partecipazione popolare nelle scelte? Zero».
E il partito dei sindaci? C’è chi parla di un Pd del nord alleato in qualche modo alla Lega.
«È un altro indice del grande sbandamento. C’è un’incompatibilità fortissima, per fortuna Chiamparino ha preso un’altra strada».
La sinistra non sa più fare l’opposizione, visto il gradimento di Berlusconi...
«Paradossalmente sì. Noi dopo tre mesi, con il governo dei 103, l’indulto e la Finanziaria, eravamo già con l’acqua alla gola. La sinistra deve sfruttare questi 4 anni abbandonando la polemica quotidiana e concentrandosi negli scenari di prospettiva. Ci vorrebbe un colpo d’ala...»