Dixie Chicks: il nostro country anarchico

«Taking the Long Way» del trio femminile spopola nelle hit di mezzo mondo

Antonio Lodetti

da Londra

Per capire il fenomeno bisogna citare le cifre. Quasi 600 mila copie vendute in una settimana del nuovo cd Taking the Long Way, balzato immediatamente in testa alle classifiche Usa. In tasca otto Grammy in pochi anni; nel 2003 860mila biglietti della loro tournée americana bruciati in un giorno solo. Sono le Dixie Chicks, belle e terribili ragazzacce texane - il gruppo femminile più popolare di tutti i tempi - che neppure il Presidente Bush è riuscito a fermare. Si, perchè le Dixie sulle soffici melodie country costruiscono i taglienti testi del loro impegno contro la guerra. Sono state messe al bando dalle radio americane per questo, ma hanno riconquistato il pubblico con i fascinosi colori di un suono ben radicato nella tradizione eppure fresco ed attuale - a tratti vicino al rock e al pop ad esempio nel nuovo singolo Not Ready To Make Nice - come documenta Taking the Long Way, il piccolo capolavoro con cui le Dixie stanno conquistando l’Europa partendo dall’Inghilterra. È un disco che, senza tradire le radici, allarga lo spettro sonoro grazie alla collaborazione di artisti come John Mayer, il bluesman Keb’Mo, il batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith. «È un lavoro molto personale - sottolineano Natalie Maines e le sorelle Martie e Emily Erwin - contro l’ipocrisia e soprattutto autobiografico, non abbiamo paura di dire ciò che pensiamo».
Banjo, mandolino, chitarra, melodie morbide sovrapposte a parole al vetriolo. «Viviamo tempi bizzarri, non abbiamo nemici ma combattiamo contro il potere degli intoccabili e contro l’odio». E così arrivano regolarmente in vetta alle hit parade: è il fascino dei suoni o l’impegno dei testi? «La gente ascolta prima la musica e poi si fa prendere dai contenuti. Non vogliamo essere etichettate politicamente e siamo felicemente sorprese da questo successo. Ci sono canzoni toste come The Long Way Around ma anche brani dolci come Lullaby dedicato ai nostri figli, siamo anche e soprattutto delle mamme. E poi parliamo di problemi sociali come in Lubbock or Leave It». A voi non piacciono artisti conservatori come Toby Keith, esiste quindi un country buono e uno cattivo? «Ognuno la pensa come vuole ma non può impedire agli altri di esprimersi. Il country e il bluegrass sono pieni di stereotipi, in America sono per le radio ciò che un tempo era la disco music, il rock è più onesto: però il nostro paese è nato col country». E quali sono i loro idoli? «Prima di tutto Johnny Cash, un vero eroe americano. Lui rendeva prezioso anche il brano più banale. Poi la Carter Family che ha inventato la musica popolare. Amiamo anche Dylan e James Taylor, il rock anni 60 e 70 e persino Michael Jackson. Il nostro spirito è quello di una rock band che suona country e non viceversa. Questo è il segreto».