«Djokovic, ecco il nuovo Federer»

«Coach, diventerò o no il numero uno del mondo?». Novak Djokovic aveva appena perso contro Gonzales un match che aveva in mano. E si era fatto venire questo dubbio. Il coach era Riccardo Piatti, 49 anni, da 28 a tirar su ragazzi con la racchetta. Da dieci lavora con Ivan Ljubicic, croato stabilmente nella top ten, e fino al maggio scorso ha incrociato la strada del serbo, con fidanzata a Milano, che ha vinto a Miami uno dei nove tornei Master series (con lo scalpo di Nadal nei quarti) e che ieri è stato accolto a Belgrado come avesse trionfato a Wimbledon. Eventualità per Piatti non impossibile. «Diventerà il numero uno del mondo. Ha la motivazione giusta ed è cresciuto in modo corretto. Ha poche lacune e sa come risolverle. Deve migliorare la volée e ha preso un maestro come l’australiano Woodford per imparare».
Lo descriva.
«Ha qualità muscolari fuori dalla norma, dai genitori ha avuto un’ottima educazione sportiva, a 5 anni sciava e giocava a tennis. Fino a 12 è rimasto in Serbia, poi si è trasferito a Monaco alla scuola di Niki Pilic - ex gloria del tennis slavo - ed è arrivato da me».
Perché ha scelto proprio lei?
«È stata sua madre a cercarmi nel 2005. Ho incontrato Novak al torneo di Monza e l’ho portato a Montecarlo. Era il numero 120 al mondo: abbiamo lavorato insieme fino allo scorso anno, quando abbiamo deciso di dividerci».
È vero che Djokovic le disse: «O Ljubicic o me?».
«No. Io non riuscivo ad allenare entrambi. In più lui non si trovava bene con il preparatore atletico del mio team, Salvator Sosa. Così abbiamo deciso di rompere il rapporto».
Rimpianti per aver scelto Ljubicic invece di Djokovic?
«No. Con Ivan c’è un legame di 10 anni impossibile da sciogliere».
C’è Djokovic o Nadal dopo Federer?
«Novak farà la storia del tennis. Nadal ha dei picchi eccezionali sulla terra, ma è più costruito. Fa più fatica».
Qual è il rischio?
«Gli manca la capacità di gestire certi momenti. In un torneo Federer gioca due match ad altissimo livello, gli altri li governa. Lui deve imparare».
A proposito: è possibile un confronto con Federer?
«Si allenavano insieme. Una volta ha vinto Novak. Agli Australian Open chiesi ancora a Roger di prepararsi con lui, ma lo svizzero si rifiutò: “Io voglio allenarmi, lui vuole vincere” disse».
Lei è consulente della Federazione, perché non c’è un Djokovic italiano?
«Non siamo più ritardati degli altri, ma da noi si lavora sempre per rimediare agli errori precedenti. Furlan a 14 anni aveva delle enormi lacune tecniche. Per migliorare abbiamo perso molto tempo. E il tennis non perdona».