Il dna inchioda Gavrila a un altro stupro

LE ACCUSE La Procura si prepara ad emettere una nuova ordinanza di custodia cautelare

L’esame del Dna incastra Gavrila Oltean, il romeno in carcere con il connazionale Alexandru Jonut per lo stupro della Caffarella, del 14 febbraio, anche per un’altra violenza sessuale, quella ai danni di una ragazza di 23 anni aggredita in un parco del Pigneto lo scorso 18 luglio. Era stato lo stesso Jonut, dopo l’arresto, a rivelare agli inquirenti di aver sentito l’amico vantarsi dello stupro di una giovane donna, a luglio, nel quartiere periferico ad est di Roma. Di qui la decisione di comparare il dna estratto in carcere dalla saliva dello straniero, con quello estrapolato dai reperti (un pacchetto di sigarette, un accendino e gli indumenti della vittima) sequestrati sul luogo della violenza. I risultati degli accertamenti effettuati dalla scientifica hanno confermato il racconto di Jonut ed ora per Gavrila si prospetta una nuova ordinanza di custodia cautelare.
La notizia di questo stupro non finì mai sui giornali. La ragazza aveva descritto una persona di «età compresa tra i 20 e i 28 anni, di corporatura normale, alta circa 1.75-1.80, carnagione olivastra, occhi di colore castano, un viso ovale e zigomi pronunciati, cittadino straniero probabilmente dell’est Europa». Ma dopo la violenza, il 29 agosto, convocata per un’individuazione fotografica, non aveva riconosciuto il suo aggressore. Gli accertamenti non portarono a nulla e il pm Antonella Nespola aveva chiesto l’archiviazione. Poi, dopo gli sviluppi dell’inchiesta sulla Caffarella, il 19 marzo, la giovane venne richiamata negli uffici della squadra mobile e riconobbe come somigliante al suo aggressore - all’interno di tre album di foto che ritraevano 40 persone di nazionalità romena tra i 20 e i 30 anni - un romeno di 21 anni, pregiudicato per rapina, al momento irreperibile. Ma non Gavrila, che invece ora viene inchiodato dalla prova scientifica, la stessa che aveva scagionato Alexandru Loyos e Karol Racz, i due romeni che finirono in manette per la Caffarella prima di essere rimessi in libertà dal tribunale del riesame. Gavrila era stato arrestato a Trieste con l’accusa di aver rapinato un telefono cellulare ad una coppia di fidanzati nel parco di via Lemonia. Poi era stato coinvolto nel caso della Caffarella e trasferito nella capitale. Ora la nuova accusa, per la quale il pm Vincenzo Barba, lo stesso che si occupa dello stupro del giorno di San Valentino, chiederà una nuova misura restrittiva.
Ieri, intanto, sono state depositate le motivazioni del provvedimento con il quale il Riesame ha disposto la scarcerazione di Karol Racz per lo stupro di una donna di 41 anni avvenuto in via Andersen il 21 gennaio. Per i giudici l’«individuazione fotografica non è valsa a garantire il raggiungimento di un risultato che di per sè possa essere positivamente apprezzato» avendo la vittima parlato «solo in termini di forte somiglianza» e non c’è neppure «una perfetta corrispondenza tra le fattezze fisiche» descritte dalla donna e quelle riscontrate nell’indagato. Il tribunale si sofferma a lungo sull’esito della ricognizione cui è stata sottoposta la donna. Nell’indicare Racz la donna ha detto «è lui», per poi aggiungere «gli somiglia tanto, tanto, tanto, tanto». Parole che per i giudici «possono anche esprimere il senso di stupore della donna nel trovarsi di fronte ad un caso di così marcata rassomiglianza, ferma rimanendo dentro di sè la riserva che si trattava però di persona diversa. Anche la forte reazione emotova (manifestata durante la ricognizione, ndr) può essere conseguente al fatto di trovarsi davanti una persona molto somigliante all’aggressore». Il tribunale ricorda inoltre che la vittima della violenza è già di per sè «persona naturalmente fragile ed emotiva, soggetta a crisi di panico e per questo in cura anche da uno psicologo». Il fatto, invece, che Racz abitasse a poche centinaia di metri dal luogo dell’aggressione viene interpretato dai giudici quasi come un elemento a favore dell’indagato: Racz, infatti, dopo la violenza e il clamore che suscitò non abbandonò subito il campo nomadi ma a distanza di molti giorni, il 15 febbraio, (dopo lo stupro della Caffarella, ndr). Non solo. «Nel corso dello sgombero del 24 gennaio - si legge nelle motivazioni - Racz si è messo in mostra davanti alle telecamere di una tv privata facendosi riprendere durante le fasi di smantellamento. Tale comportamento non si giustifica ed è contrario alla logica più elementare».