DO YOU SPEAK ITALIAN?

La Cina è vicina. Non solo ai tibetani - che sarebbero felici d’averla un po’ meno a ridosso - ma anche al leader della Uil Luigi Angeletti. Il loquace sindacalista - che per l’attenzione accordata ai dipendenti pubblici può vantare un’invidiabile competenza in tema di fatica e di sfaticati - ha enunciato concetti interessanti. «La Cina - ha detto testualmente - non ha scoperto certe materie prime che non aveva, ma la possibilità di sfruttarle, di farle lavorare da milioni di persone. Solo noi ci siamo dimenticati quanto è importante il lavoro per una società». Per dovere d’obbiettività dobbiamo aggiungere che l’Angeletti, ascoltato e approvato dal collega Epifani della Cgil, ha voluto prevenire le critiche dei monaci in veste arancione e anche le nostre. Il suo giudizio, ha precisato, andava «al di là delle discussioni che tutti possiamo avere sul modo in cui sono trattati i lavoratori». In Cina, s’intende. Paese capace di valorizzare il lavoro e i lavori, all’occorrenza forzati.
Non vorremmo infierire su un personaggio che dubitiamo possa lasciare traccia profonda nella storia italiana di questi anni. Con il suo riferimento a un esempio straniero Angeletti s’è unito a una folta e autorevole compagnia. Imperversa, tra i politici e gli uomini di pensiero di casa nostra, il vezzo di evocare, quale che sia il tema affrontato, modelli d’oltrefrontiera. Essi vengono di solito evocati, in termini laudativi, o per contrapporli alle italiche carenze, o per dichiararli affini, nei loro meriti, a quanto fa e dice il comiziante di turno. Veltroni arruola capi di Stato e di governo all’ingrosso. Tranne Mugabe, il sultano del Brunei e qualche altro, tutti gli importanti - a cominciare da Zapatero, Blair e Obama - sono chiamati a raccolta. C’è un po’ di Walter in ciascuno di loro, e molto di loro in Walter.
La sinistra-sinistra stravede per i dittatori alla Castro - Fidel o Raul fa lo stesso - e per i capataz populisti alla Chavez. Sul versante della destra-destra Daniela Santanchè apprezza il presidente francese Sarkozy: che piace ugualmente, peraltro, a Gianfranco Fini. Non escludendosi un pensierino per Carla Bruni. Berlusconi non è da meno, ma preferisce illustri figure scomparse o accantonate, come Ronald Reagan e la Thatcher. Il Cavaliere non lesina tuttavia elogi alla Dc degasperiana, niente a che vedere con Pier Ferdinando Casini.
I parallelismi - magari convergenti, alla Moro - abbondano. Non è questo che manca. Mancano quasi sempre, tra tante parole, fatti dai quali si evinca che la lezione straniera è stata davvero imparata, se vale la pena d’impararla. Sennò, meglio attingere a un millenario passato italiano dal quale qualche briciola di saggezza potrebbe pur essere arrivata fino a noi. Con i suoi difetti, che sono grossissimi, l’Italia non è tutta Alitalia.