«Dobbiamo convincere Hamas a rinunciare alla lotta armata»

Il Premio Nobel: «Noi e i palestinesi siamo in una condizione tragica, ma due tragedie non ne devono provocare una terza»

Giannino Della Frattina

nostro inviato a Tel Aviv

«Dobbiamo riuscire a convincere Hamas che ai bambini palestinesi non si possono offrire pallottole e granate a colazione al posto del cibo». Il premio Nobel per la pace è esposto in bella vista nello studio di Shimon Peres, sul tavolo un libro su Caterina de’ Medici. Il sindaco di Milano Gabriele Albertini, in visita ufficiale in Giordania e Israele, indossa la fascia tricolore per consegnargli la cittadinanza onoraria. «Ma se la accetto non devo mica pagare le tasse vero?», sdrammatizza lui, 83 anni portati da ragazzino. Sullo sfondo le elezioni vinte da Hamas e quelle che nei prossimi giorni disegneranno l’Israele del dopo Sharon.
«Abu Mazen - gli dice Albertini, che ha appena incontrato il presidente dell’Autorità nazionale palestinese - punta sul recupero di Hamas, delle posizioni più intransigenti ed estremiste della sua gente». Sorride Peres. «È una persona seria - ribatte -, credo voglia la pace. Ma temo sia in una condizione tragica. Sia noi che i palestinesi siamo in una condizione tragica, ma due tragedie non ne devono provocare una terza. Tutti dobbiamo sperare nella pace». La pace, la missione della sua vita rimessa in gioco ancora una volta con un colpo di scena. «Sono entrato in Kadima perché Ariel Sharon e Ehud Olmert avevano abbandonato la loro ideologia. I partiti non si devono fondare su una nostalgia, ma su una visione del mondo. Il vero problema è che il popolo palestinese è diviso tra politica e religione. E la politica si basa sui compromessi, ma i religiosi non accettano compromessi. Per questo è così difficile trovare un’intesa». Anche dopo l’ultimo voto. «Fatah ha sprecato un’occasione - spiega -, ma questo non cambia il nostro appoggio alla parte più moderata dei palestinesi. La tragedia sarebbe una guerra civile. Garibaldi riuscì a unire l’Italia, forse però aveva un genio maggiore rispetto ad Abu Mazen. Anche se io spero resti presidente tenendo le redini in mano, benché la vittoria di Hamas abbia reso tutto più difficile. Qui in Medio Oriente la democrazia dura ventiquattr’ore. Fai le elezioni, vinci, prendi il potere e pensi di essere democratico per tutta la vita. Il problema è che i palestinesi usano le armi. Ma quando si comincia, il gatto corre, e allora è inutile che il topolino implori il cessate il fuoco».
La speranza è comunque nel futuro. «Subito dopo le elezioni - assicura Peres - proporremo ad Abu Mazen dei negoziati. A meno che la sua autorità non venga compromessa da Hamas, che già nella prima seduta del Parlamento voleva togliergli tutte le competenze. Nella diplomazia, però, bisogna rispettare gli accordi. Gli arabi dicono che due cose non tornano mai indietro, la freccia scoccata e la parola data. Chi non la rispetta usa poi i proiettili». E ricompare lo spettro delle armi che hanno la meglio sulle parole. «A fare attentati sono piccolo gruppi, e noi li combatteremo. Olmert spera di fissare entro quattro anni dei confini permanenti. Ovviamente preferiremmo delle trattative, ma se non sarà possibile lo faremo unilateralmente. Il problema è che Hamas non riconosce Israele e non rispetta gli accordi. Ora bisogna vedere se Abu Mazen è in grado di costringere Hamas a rinunciare al terrorismo. Due cose non si possono cambiare, i genitori e i vicini. Per questo è nostro interesse avere dei vicini migliori, non abbiamo nessun interesse a veder soffrire il popolo palestinese. Miglioriamo le loro condizioni di vita, gli aiuti non devono cessare. Nei nostri ospedali (finanziati dal centro Peres per la pace, ndr) abbiamo già salvato la vita a duemila bambini palestinesi. L’importante è che i fondi che arrivano non servano a finanziare il terrorismo».