«Dobbiamo insegnare la pace ai bambini»

T ra le varie cose che ci ha detto, una è per l’Italia: «Da voi si vive bene, siete un Paese pacifico, non avete la guerra. E questa è una grande cosa».
Abbiamo incontrato Abraham Yehoshua di passaggio a Milano, una toccata e fuga accompagnato dalla moglie Ika, ospiti della Milanesiana, rassegna ideata e curata da Elisabetta Sgarbi. (Domani lo scrittore incontrerà i lettori in occasione dell’Aperitivo con gli autori, Sala Buzzati, via Balzan, 3. Milano, alle ore 12. Vedi programma: www.lamilanesiana.it).
Lo scrittore, amatissimo dal pubblico per i suoi libri e per la lucidità con cui osserva la complessa realtà del suo Paese - ma anche per la lievità e l’ironia che gli appartiene - tocca temi universali. Parliamo di vari argomenti, di come si possa insegnare la pace ai bambini, del ruolo delle donne, dei militari come simbolo dell’identità nazionale israeliana ma anche di come la loro immagine si stia sbiadendo. Come dire, alla lunga e se protratta nel tempo, la stessa guerra può diventare una micidiale routine. Temi, insomma, affrontati anche dai suoi connazionali con toni e sensibilità diverse, scrittori di grande spessore come Amos Oz ed Elie Wiesel, a loro volta generosi dispensatori di messaggi da cui l’umanità non può che trarre profitto. Al di là di ogni retorica e banalizzazione. Per la serie, il buonismo fine a se stesso e la strumentalizzazione della pace a oltranza non incanta più nessuno. Oz e Wiesel sono a loro volta ospiti della rassegna a cui va dato il merito, grazie a una sinergia con le istituzioni e le case editrici, di portare una ventata internazionale in città. (L’ultimo libro di Yehoshua s’intitola Fuoco amico, Einaudi. Pagg. 399. Traduttore A. Shomroni. Euro 19,00).
È vero che i soldati israeliani sono sempre più indifferenti alla guerra?
«È possibile che non ne possano più, che non vogliano sentire parlare tutto il tempo di guerra e di pace. Lo posso anche capire. Ma il punto non è questo. Il punto è che se si vuole la pace, bisogna chiedersi cosa si è disposti a fare per ottenerla. Non puoi pretendere la pace se non t’importa nulla del tuo nemico. Così non ottieni niente. Ottenere la pace dipende da cosa intendi fare per ottenerla. Cosa sei disposto a dare. Che tipo di compromesso vuoi fare. Una guerra è sempre un Male. Non puoi vincere una guerra e non puoi distruggere il tuo nemico. Il tuo nemico esiste. Questa è la ragione per cui un compromesso vale molto di più rispetto a un’altra guerra e di tutto quello che vincerai o guadagnerai sotto molti altri aspetti».
Si può insegnare la pace ai bambini?
«Sì, a patto che gli insegnanti siano persone di cui i bambini si fidano, quindi genitori, parenti o maestri inclusi. Non sono un esperto di educazione, ma prima di tutto bisognerebbe capire cosa li porta ad essere ostili. Se il bambino esprime la sua ostilità bisogna chiedergli perché odia il suo nemico, deve rivelare le sue intenzioni ed esprimere tutta la sua ostilità passo per passo. E se il bambino esprime le sue emozioni, l’adulto deve poi fornirgli a sua volta delle spiegazioni e renderlo consapevole. Rivelandogli gradualmente le conseguenze della guerra, il bambino capisce che la guerra porta più disastri che altro. Penso che questa sarebbe una buona via. Tutto il resto, la retorica della pace e i grandi proclami non servono a niente».
Le donne sono più adatte al ruolo di insegnanti?
«In questo contesto non penso che le donne siano migliori o peggiori degli uomini. Gli integralisti e i fanatici ci sono sia tra i palestinesi sia tra gli israeliani di qualunque sesso. L’importante è che chi insegna valori forti come la pace creda fino in fondo a quello che dice e fa».
È importante che i bambini, palestinesi ed ebrei imparino le rispettive lingue? Ossia, la lingua può fare da collante tra nemici?
«Non credo proprio. Al contrario. Se gli ebrei capissero cosa gli arabi dicono di loro, diventerebbero ancora più furiosi... E viceversa».
Mao Tse Tung ha detto testuale: «Perché non ci siano più fucili, bisogna impugnare il fucile»...
«Mao Tse Tung ha fatto dei disastri. Per me non è un profeta, non è un modello e non voglio entrare nel suo pensiero».