Documentario di Raiuno racconta la convivenza tra religioni

Da stasera in onda «Dio: pace o dominio?», cinque puntate con interviste ai capi di diverse confessioni, frutto di un lavoro di tre anni

da Roma

S’intitola Dio: pace o dominio? e rappresenta uno di quei purtroppo rari appuntamenti di grande qualità della tv italiana. Cinque puntate di quasi un’ora ciascuna, in onda da oggi su Raiuno in seconda serata con cadenza settimanale, girate in tutti i continenti, frutto di tre anni di intenso lavoro degli autori Luca De Mata (che è anche regista) e Teresa De Santis, con musiche di Stelvio Cipriani, la collaborazione editoriale di Nicola Bux, Massimo Cenci, Salvatore Vitiello e la supervisione di monsignor Mauro Piacenza. Il Giornale ha potuto vedere il programma in anteprima. Si tratta di un affascinante e a tratti drammatico viaggio per documentare la convivenza tra le religioni, le culture e i popoli, che ha attraversato ambienti e realtà spesso irraggiungibili, sconosciute o manipolate e contrapposte le une alle altre. Il programma raccoglie ben 88 testimonianze di autorevoli esponenti delle maggiori tradizioni religiose: cristiana, musulmana, induista, animista, buddista, taoista, jiani e bahay.
L’eccezionale documentario rappresenta il tentativo di scavare, al di là delle facili semplificazioni, la diversità delle tradizioni religiose e culturali in un’epoca nella quale, al contrario di quanto immaginato dalla teoria marxista, la religione è tornata ad essere in modo preponderante protagonista della vita del mondo e il nome di Dio viene purtroppo usato per giustificare odio e violenza. Dio: pace o dominio? entra dove nessuno era entrato, nel profondo di queste contraddizioni religiose, trovando risposte positive di pace e di amore alle domande fondamentali dell’esistenza umana. Non risposte vaghe, ma concretezza di pensiero e soprattutto di esperienze, per superare fanatismo e interessi egoistici, steccati e diffidenze, cercando di dare visibilità - al contrario di quanto avviene normalmente nel circuito mediatico - a coloro che dall’interno delle loro rispettive fedi rifiutano la violenza e gli estremismi, invece che a coloro che li fomentano.
Stasera, nel programma di De Mata, si parlerà dell’uso del nome di Dio: «Perché innocenti inermi possono essere dilaniati da bombe assassine invocando il tuo nome? Perché, nel tuo nome rendere legittimo l’odio? Dio, perché le guerre?». Tra le interviste di questa prima puntata, commovente è quella di You Pracot, sopravvissuta ai «campi di rieducazione» di Pol Pot: «Quando una religione diventa ideologia, usa parole e metodi delle ideologie, la persona è persa, la civiltà è persa... In nome dell’ideologia qui in Cambogia si distrussero pagode e chiese... ». Molto interessante è poi la testimonianza di Afzal Azami Sufi Khoaja, della moschea indiana Sufi di New Delhi, il quale spiega il vero significato di jihad, che è «fare la guerra a se stessi, alla propria tendenza a fare del male». Colpisce, infine, nel percorso scelto dagli autori, il fatto che nel dialogo l’identità non viene cancellata o annacquata, ma rappresenta invece il punto di partenza per l’incontro con l’altro.