Un documentario riaccende il mito Brando

In due ore e mezzo tra una infinita serie di star, esce il ritratto di un uomo spesso sgradevole ma attore straordinario

nostro inviato a Cannes

«Il cinema? Bisogna datarlo prima e dopo Marlon Brando» taglia corto Martin Scorsese. «Un Dio. Lo so che lui si sarebbe messo a ridere, ma sullo schermo è stato questo», gli fa eco Johnny Depp. «Lo vedevi recitare e ti dicevi: “Certo, è così, è proprio così...”. E poi ti dicevi ancora: “E adesso? Sei un pazzo se pensi di poter fare meglio”», riassume Al Pacino.
Presentato ieri al Festival di Cannes, nella sezione Classic, il documentario Brando di Mimi Freedman e Leslie Greif, due ore e mezzo abbondanti, allinea una fila impressionante di registi, sceneggiatori, star del cinema. Si va da Kazan a Coppola, Bertolucci, Penn Warren, Bud Schulberg, da Karl Malden a Dennis Hopper, Sean Penn, Anthony Quinn, Jane Fonda, Angie Dickinson, James Caan, Robert Duvall, Eli Wallach, John Gielgud, Laurence Olivier... Le testimonianze sono inframmezzate da spezzoni dei film più famosi, interviste televisive e radiofoniche d’epoca, discorsi pubblici e il quadro d’insieme è un tributo alla memoria come in fondo solo Hollywood sa fare. Mancano all’appello Truman Capote, a cui si deve forse l’analisi più penetrante della sua psicologia, e Gillo Pontecorvo, che trasformò il set di Queimada in un corso di etica ed estetica della rivoluzione, ma per il resto il panorama è completo: odi e amori, manie e abitudini, generosità e aridità. L’uomo e l’attore vengono fuori in maniera prepotente e se il primo è spesso sgradevole, il secondo lascia stupefatti per l’ammirazione.
Madre alcolizzata, padre vanesio, donnaiolo e violento, l’esistenza di Brando sarà tutta all’insegna della conquista e dell’abbandono, avere le cose per il gusto di gettarle via. Sarà così per il teatro, calcato all’inizio con successo e poi di colpo lasciato cadere, con il cinema, di cui è una stella di prima grandezza, poi il nemico pubblico numero uno delle case di produzione, infine l’icona irridente e sfuggente, pagata sì a peso d’oro ma sempre più in una logica di reciproco sfruttamento. Sarà così anche nella vita quotidiana, amicizie e amori di colpo troncati, senza un perché, senza una spiegazione, matrimoni falliti, figli infelici, solitudine, disperazione e odio sparsi a piene mani. Di una bellezza stupefacente, anche la distruzione da lui operata sul suo corpo ha più il sapore masochistico di una consapevole discesa agli inferi che non un qualcosa che ha a che fare con l’età, la vecchiaia, la salute... È, ancora una volta, un abbandono, un tagliare i ponti con ciò che si è stati, un farla finita per sempre con un’immagine, una storia, un passato.
Più colto della media degli attori del suo tempo, buoni gusti musicali, anche di musica classica, buone letture di narrativa e di saggistica, il ribellismo di Brando trovò nelle cause politiche del suo tempo la ragione per incanalare un’energia altrimenti distruttrice. I diritti civili dei negri e degli indiani d’America lo videro in prima linea: non era una moda, un capriccio o una posa e un quarto di secolo dopo gli si deve riconoscere di aver visto giusto.
Molti fra gli intervistati nel documentario ne sottolineano il carattere anarchico, l’impossibilità di fargli fare qualcosa che non sentiva, la volontà di non avere padroni. E molti insistono anche sul versante meno noto di un Marlon allegro, sempre in vena di scherzi, di battute e di risate, ironico e autoironico... Eppure il Kurz di Apocalypse Now che al termine della sua esistenza non può che racchiuderla nella parola «l’orrore, l’orrore», ha della metafora e della confessione, il cuore di tenebra di un magnifico, disperato eroe del cinema.